Italia
Chiude Iveco Baroncini, 75 licenziati
Stamani incontro clou coi sindacati, ma l’azienda ha già deciso. Il patron Roberto: «Non ci sono margini per andare avanti»
LIVORNO. Chiude la concessionaria Iveco “Baroncini” e per i suoi 75 dipendenti si aprono le porte della disoccupazione. La notizia sarà comunicata ufficialmente questa mattina alle rappresentanze sindacali da parte di Maurizio Cocchi, amministratore delegato della “Fratelli Nedo e Roberto Baroncini srl”.
L’incontro è fissato per le 10.30 nello studio dei ragioneri commercialisti Lombardi in via Cosimo Del Fante. E se anche ieri Alberto Faccendoni della Fisascat Cisl lasciava aperto un piccolo spiraglio di speranza, sostenendo che l’azienda per adesso è rimasta abbottonatissima sulle decisioni e che «accanto alla liquidazione esiste ancora l’alternativa di acquisire marchi diversi da Iveco e ripartire in qualche modo», era Roberto Baroncini, presidente del consiglio d’amministrazione della società e storico patron del gruppo, a spazzar via ogni dubbio, anticipando al Tirreno quanto deciso «in maniera unanime e soffertissima» dal cda: «Chiudiamo».
AUDIO / Le dichiarazioni di Baroncini
La decisione non è un fulmine a cielo sereno ma è comunque clamorosa. Perché se da un lato sono quattro anni che la concessionaria Iveco di Livorno sta usufruendo della cassa integrazione con orari che si sono sempre più ridotti per i dipendenti fino a toccare per alcuni un giorno di lavoro a settimana, dall’altro Baroncini è un pezzo di storia della città e il legame col marchio Iveco e con i suoi antenati, da Om a Fiat, è datato addirittura 1931.
Dopo 83 anni però la storia è arrivata alla fine. Non è stato rinnovato il mandato con la multinazionale torinese specializzata nella produzione di veicoli industriali e autobus e i Baroncini hanno deciso che non c’erano più i margini per andare avanti. «Dicono che ci sono segnali di ripresa ma la ripresa non esiste - spiega Roberto Baroncini -. Siamo noi la cartina tornasole della ripresa, perché se non si vendono camion significa che non si trasporta, che non si produce, che non si commercia. Ebbene, il mercato dei veicoli industriali negli ultimi tre anni è crollato del 70%. Da gennaio abbiamo venduto una cinquantina di camion, tre anni fa in sei mesi ne vendevamo 200. I costi però sono gli stessi, i dipendenti idem. La cassa integrazione che è stata attivata negli ultimi anni ci ha permesso di gestire la crisi, ma adesso siamo arrivati al punto di non ritorno. Con gli altri soci (tutti discendenti di Roberto Baroncini e di suo fratello Nedo, ndr) ci siamo guardati in faccia e abbiamo capito che non si poteva andare avanti. Così abbiamo deciso di mettere in liquidazione l’azienda».
Baroncini continua: «Per noi è un colpo al cuore, mio padre Nello è nato con i veicoli industriali, quest’azienda l’ha fondata lui. Ma nella vita bisogna sapersi fermare in tempo. I nostri conti sono in ordine, non facciamo concordati, non portiamo i libri in tribunale. Siamo in regola con i pagamenti, la gestione è stata oculata e di questo siamo fieri. Ma tenere aperta l’azienda avrebbe significato farsi del male, ci fermiamo prima del burrone».
La decisione è legata a doppio filo con la scelta di Iveco di non rinnovare il mandato alla concessionaria livornese. E’ su questa bocciatura che si snoda la questione. Secondo molti dipendenti si doveva far di più per tenersi stretta la Iveco: «Se da Torino hanno posto condizioni più restrittive - dicono - dovevano essere accettate visto che in ballo non c’era solo l’utile della società ma anche, soprattutto 75 posti di lavoro».
Baroncini glissa sui motivi della separazione da Iveco e cerca di evitare ogni polemica col colosso torinese: «Iveco ha ristrutturato la rete in funzione dei nuovi numeri delle vendite. Oggi per sopravvivere in questo settore bisogna allargare il proprio raggio d’azione e anni fa abbiamo aperto anche a Grosseto. Prima di decidere la messa in liquidazione le abbiamo tentate tutte. Per mesi abbiamo provato a mettere in piedi una società con altre concessionarie Iveco della Toscana, purtroppo però non abbiamo trovato un accordo. La fine del mandato? Non è una trattativa che ho seguito in prima persona, ma una volta che il rapporto con Iveco è saltato, è chiaro che non c’erano altre strade che la chiusura». E l’acquisizione di altri marchi? «In Italia ci sono due leader nel settore, Iveco e Mercedes. E purtroppo Mercedes è già coperto».
Per i 75 dipendenti - di cui una decina operativi sulla sede di Grosseto - l’incubo disoccupazione potrebbe diventare realtà già da luglio. «Se l’azienda opterà per la messa in liquidazione, l’Aspi (l’ex indennità di disoccupazione, ndr) sarà l’unica soluzione», spiega Faccendoni.
L’incastro dei tempi è terribile ma non casuale. Il 30 giugno scadrà la cassa integrazione e da lì a pochi giorni i lavoratori si troveranno a dover compilare il peggior modulo della loro vita lavorativa. Baroncini prova a rassicurarli: «Cercheremo di trattarli nel modo migliore, come abbiamo sempre fatto». Cioè? «Spetterà al liquidatore trovare il modo. E la stessa Iveco dovrà intervenire in qualche modo».
Ma è chiaro che qualunque trattamento verrà concordato, non potrà compensare la perdita di 75 posti di lavoro. Che da oggi diventerà anche tema politico e finirà sul tavolo della Provincia e della Regione. Con una domanda che i dipendenti e i sindacati continuano a ripetere: «Possibile che un’azienda con i conti in ordine possa chiudere e lasciare a casa 75 persone?».
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