processo porto 2000»LA DIFESA
LIVORNO. «La vita è fatta anche di debolezze. È vero, non tutti sono quadrati. Ma allora all’interno della Porto 2000 sono tutti colpevoli di non aver denunciato quel sistema fraudolento messo in...
LIVORNO. «La vita è fatta anche di debolezze. È vero, non tutti sono quadrati. Ma allora all’interno della Porto 2000 sono tutti colpevoli di non aver denunciato quel sistema fraudolento messo in atto con l’uso improprio del conto anticipi dal presidente Bruno Lenzi, che si comportava all’interno della società come padre padrone. Ecco perché posso dimostrare come Bruno Crocchi fosse alieno da certe dinamiche criminali».
L’avvocato Vinicio Vannucci, legale dell’ex direttore di Porto 2000, imputato tra gli altri per associazione a delinquere, peculato ed estorsione, impiega oltre tre ore per ricostruire 4 anni di udienze e due di inchiesta che hanno prodotto una stanza di fascicoli: decreti, ordinanze, testimonianze e fatture.
Quattro i perni su cui poggia i piedi la difesa dell’”Alter Ego”, epiteto con il quale il pubblico ministero ha definito Crocchi durante la propria requisitoria conclusa con la richiesta di condanna a 5 anni e tre mesi: il ruolo totalizzante di Lenzi (che ha patteggiato 4 anni di reclusione), la scarsa attendibilità dei testimone chiave - in particolare del responsabile del magazzino Gianluca Dani -, la natura della Porto 2000 come azienda privata e non pubblica e l’assenza di prove del passaggio di denaro che inchiodino il suo assistito come parte integrante del sistema.
L’associazione a delinquere
Crocchi - è la tesi del pubblico ministero Massimo Mannucci - avrebbe contribuito, quale organizzatore, alla realizzazione del reato associativo, in particolare «coordinando l’attività degli associati, collaborando attivamente con il presidente Lenzi e curando l’aspetto amministrativo delle operazioni illecite compiute».
Per confutare la contestazione - spiega l’avvocato nelle sue memorie - «potrebbero bastare le parole del pm durante la requisitoria: “Il presidente Lenzi - ha detto - ha imperversato perché ha trovato un humus fertile. Nessuno ha mai provato a ostacolarlo, c’è stata sempre e comunque un’accondiscendenza sistematica ai suoi capricci”. Se appunto - è la deduzione - c’è un soggetto come il Presidente che imperversa senza che gli altri riescano ad ostacolarlo, risulta difficile immaginare che vi sia stato un accordo associativo a monte».
Un esempio che il legale porta, è quello legata alla testimonianza di Luca Garzelli, nipote di Lenzi e dipendente di Porto 2000. «Non c’era una forma di intesa tra me e Crocchi», disse il 7 marzo 2012. Aggiungendo che certe direttive «venivano dal presidente e non dal direttore». E che «Crocchi non sapesse che stesso Garzelli conservasse a casa la documentazione contabile della Porto 2000».
Possibile se faceva parte di un’associazione? È il dubbio che il legale ha cercato di insinuare nel Collegio sottolineando come nei confronti di Crocchi «non siano state trovate irregolarità e incongruenze nei conti correnti, tanto più attingendo dal conto anticipo. E durante i sequestri non siano stati recuperati quadri di Lenzi come avvenuto per altri imputati, ma solo tre fatture pagate per lavori edili eseguiti nella propria casa».
Il peculato
«Crocchi non ha mai utilizzato il conto anticipi per scopi personali o della propria famiglia». Vinicio Vannucci lo ripete più di una volta davanti alla Corte. La contestazione nei confronti dell’ex direttore è di aver utilizzato la carta della società per una cifra che sfiora i 14mila euro, mentre gli altri assegni sarebbero stati firmati su richiesta espressa di Lenzi.
«Il fatto che abbia speso quei soldi per pranzi e cene con gli armatori - prosegue il legale - che non sarebbero riconducibili all’attività della società, al massimo potrebbe avere una valenza in campo tributario».
È qui che entra in gioco uno dei nodi con cui le parti devono fare i conti: Porto 2000 è una società pubblica o privata? Una questione dibattuta e non ancora risolta tanto che lo stesso Vannucci ha citato sentenze e pareri per motivare la natura privatistica che - se dovesse essere accolta dai giudice - anche in caso di condanna farebbe derubricare il reato in appropriazione indebita.
Ombre sui testimoni
L’avvocato Vannucci in uno dei passaggi più significativi della sua discussione getta ombre su due testimoni chiave: l’imprenditore Giorgio Parlagreco e il responsabile del magazzino Gianluca Dani, il primo coinvolto nell’inchiesta, il secondo rimasto sempre ai margini.
«Nelle indagini preliminari - conclude Vannucci - è emerso che Dani quando ha capito il giochino voleva anche lui l'obolo da Parlagreco. Anche perché l’unica strada che aveva Dani per uscire pulito era di accusare chi era sopra di lui. Ecco perché chiedo alla Corte di prendere in esame la possibilità di non utilizzare la sua testimonianza dichiarandola inammissibile».
@fedelazzotti
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