Il presidio
«Non c’è reato nell’affare Porta a Mare»
Depositata dal pm la richiesta di archiviazione associazione e corruzione le ipotesi d’indagine
LIVORNO. Non ci sono prove per dimostrare un accordo criminale a cui hanno concorso politica e imprenditoria, nella compravendita dell’ex Cantiere Navale Orlando, il maxi affare immobiliare compiuto da Azimut Benetti che ha cambiato i connotati del porto di Livorno trasformandolo nell’attuale Porta a Mare. E per questo la Procura ha chiesto di archiviare l’inchiesta.
«Appare difficile - scrive il pubblico ministero Massimo Mannucci nella richiesta di archiviazione dell’indagine partita nel 2009 - ipotizzare l’esistenza di un preordinato piano speculativo illecito, che avrebbe dispiegato i suoi effetti in un arco di tempo ultradecennale e nel cui ambito i vari soggetti pubblici e privati, persone fisiche e giuridiche, pubblici ufficiali e privati cittadini, tutti presunti concorrenti, dato il loro alquanto distanziato intervento nelle varie fasi attuative del disegno dilettuoso, si sarebbero dovuti tramandare, almeno per alcuni passaggi, una sorta di eredità criminale comprendente un patto scellerato già preconfezionato cui tutti avrebbero dovuto aderire».
In quasi 4 anni di inchiesta la sezione di polizia giudiziaria della guardia di finanza ha spulciato le visure camerali delle società coinvolte nell’affare confrontandole con i nomi di amministratori di enti pubblici. Addirittura è stata circoscritta una rosa di nomi sospetti tra funzionari e politici. Tra questi ci sono quelli degli ex sindaci Gianfranco Lamberti e Alessandro Cosimi, Nereo Marcucci, ex presidente dell’Autorità portuale, Gianfranco Chetoni, dirigente comunale responsabile dell’urbanistica, Susanna Cenerini, dirigente dell’edilizia privata, Fabio Seller, referente per il patrimonio, Marco Nencioni, funzionario delle procedure amministrative inerenti al progetto Porta a Mare. E ancora l’ex commissario dell’Autorità Portuale Bruno Lenzi, il presidente che gli è succeduto, Roberto Piccini, i segretari generali dell’’Authority Aldo Beccani e Giorgio Gionfriddo. Nonché Angelo Rosi, liquidatore della Cantiere Navale Fratelli Orlando e Vinicio Ferracci, commissario giudiziario della medesima cooperativa.
«In relazione ad ognuno di loro - rivela il magistrato - sono stati presi in considerazione eventuali coniugi, persone conviventi, figli maggiorenni ancorché non conviventi, nonché i familiari e i conviventi di questi ultimi, sempre maggiorenni». L’unica ombra che la polizia giudiziaria ha segnalato riguarda il nominativo di Paolo Domenici, già dirigente del Comune di Livorno, quale consigliere sia nella Porta a Mare spa nominato il 27 marzo 2007 e in carica al momento dell’accertamento, sia nella Porta a Mare srl fin dalla sua costituzione (siamo nel febbraio 2008). «Quest’utlima carica - scrive il pm - è stata promossa dal sindaco Cosimi, il quale, dopo la collocazione in pensione di Domenici, gli ha conferito un incarico co.co.co, fino alla conclusione del suo mandato politico, per l’attuazione del piani attuativi dei progetti Porta a Terra - seconda fase - e Porta a Mare, verosimilmente per rappresentare gli interessi pubblici coltivati dall’amministrazione».
La denuncia dei riparatori. Sono due gli esposti depositati in Procura tra il 2009 e il 2010 da parte dell’Associazione dei riparatori navali che sollecitava l’autorità giudiziaria a sottoporre «ad attenta e rigorosa valutazione la vicenda che ha interessato dal 2003 i beni del Cantiere, i bacini di carenaggio, in particolare il Bacino grande in muratura la cui gestione era stata affidata in concessione dall’Autorità Portuale alla Azimut Benetti spa nonché le bachine di allestimento presenti nel porto di Livorno.
Il sospetto che emerse dagli accertamenti di Finanza e Capitaneria fu che Azimut abbia abbandonato volontariamente la struttura per le riparazioni navali con l'obiettivo di avere mano libera nell'operazione immobiliare che aveva in progetto e che sta ancora oggi finendo di realizzare.
La consulenza sul Bacino. Per verificare l’attendibilità della denuncia che riguardava l’abbandono del Bacino Grande, il pm ha affidato ad un esperto di ingegneria navale, il professor Carlo Culla. La fotografia che emerge dalla perizia è impietosa: copiose infiltrazioni d’acqua corrodono gli impianti e costituiscono pericolo per chi ci lavora, il sistema delle gru è fatiscente e pericolante per lo stato di conservazione delle strutture in acciaio, gli impianti risultano in gran parte logorati o del tutto abbandonati, ovvero non più esistenti e in tutto o in parte non più in funzione e infine il sistema di chiusura del bacino non è più stato certificato dall’autorità competente ed è profondamente corroso, presenta infiltrazioni, le ringhiere di protezione e le strutture per il passaggio del personale sono pericolanti.
L’ingegnere da parte sua approfondisce anche la questione delle responsabilità dello stato di abbandono in cui versa la struttura. «Per la maggior parte è stato causato da una carente opera di manutenzione che doveva essere svolta in modo continuativo e programmato».
Il consulente tecnico ha anche accertato che l’utilizzo del Bacino dal 2003 al 2006 «è stato caratterizzato da una intensità media nell’ordine di due navi al mese. Dalla seconda parte del 2006 di fatto esso non è stato più utilizzato». Tanto che, la presenza in bacino di due navi tra la fine del 2006 e la metà del 2008 viene considerata dal consulente addirittura «un pretesto» per impedire l’utilizzo del bacino ad altri utilizzatori e per nascondere lo stato di degrado del bacino.
Le conclusioni. La fotografia che il pm fa dell’affare Porta a Mare è semplice: un’operazione commerciale a cui hanno partecipato le cooperative rosse «tuttavia non sono venute alla luce chiari elementi circa la sussistenza di profili penalmente rilevanti in ordine alle accuse di associazione a delinquere finalizzata alla concussione, corruzione ed estorsioni».
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