Il Tirreno

Livorno

«Camera di commercio, dico altolà alla sparizione»

di Mauro Zucchelli
«Camera di commercio, dico altolà alla sparizione»

Durissima requisitoria politica: vogliono sbarazzarsi dei corpi intermedi perché il nuovo Potere plebiscitario punta alla “democrazia dell’audience”

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LIVORNO. Il presidente della Camera di commercio accompagna di solito la presentazione del dossier sull'economia provinciale dando una visione d'insieme a una grandinata di dati, percentuali e grafici. Stavolta no: Sergio Costalli, al debutto in questo ruolo, ha invece preso di petto la questione dell'eliminazione delle Camere di commercio per provare a uscire da un altolà che fosse solo difesa d'ufficio: del resto, Costalli è uno degli otto presidenti di Camera di commercio che in Toscana hanno dato la sfiducia al numero uno regionale. Proprio sulla forbiciata che dovrebbe potare gran parte degli enti camerali: è nel decreto sul riassetto della pubblica amministrazione. Potrebbe prendere corpo in due modi: 1) indicando, un po’ come avviene per le Autorità portuali, una soglia dimensionale (numero di imprese?) al di sotto della quale l’ente camerale viene accorpato; 2) dimezzando l’importo che le imprese pagano alle Cciaa o rendendolo quasi facoltativo.

Solita, immancabile difesa corporativa dell'esistente e degli strapuntini di potere che vi sono connessi? Costalli dice chiaro che, siccome «la politica si occupa di noi», rivendica il diritto di «occuparci noi della politica». E prova a volare alto in nome di «un po’ di buone letture di scienza della politica». Come? Alzando il velo sul fatto che la nostra democrazia viene traghettata fuori dalle forme attuali di rappresentatività parlamentare e la consegna a modalità plebiscitarie.

Prima la mannaia sulle Province, poi – aggiunge – su Camere di commercio e Cnel, presto il Senato e magari le Autorità portuali. E ancora: via le prefetture, «e di seguito come le ciliegie, le questure, i commissariati, i comandi, le direzioni provinciali». Senza contare che è all'orizzonte il giro di vite su partiti, permessi sindacali, segretari comunali...

Costalli prova a remare controcorrente con un lungo discorso fortemente politico in cui tratteggia con durezza l’identikit di una “democrazia dell’audience” in cui si costruisce la leadership sbarazzandosi di tutto quel che sta in mezzo fra il Grande Capo Supremo e una massa “liquida” di individui.

È in questo quadro che Costalli, una lunga storia nella sinistra fra “finanza rossa” e Lega Coop, non ha remore a tirar fuori dall’armadio un filo di argomentazioni che attaccano ad alzo zero l’anti-politica e soprattutto la legittimazione della guida del nostro Paese: gli ultimi tre premier – ricorda – non sono stati messi lì dal voto degli elettori, e l’ultimo l’investitura l’ha ricevuta da primarie all’interno di un ambito associativo “privato”.

Finisce nel mirino di Costalli anche la teoria che l’elite dirigente del Paese debba «raddrizzare le gambe» al popolo costringendolo a adottare modelli di virtù «attraverso il meccanismo dei vincoli esterni imposti dall’Europa».

Il presidente dell’ente camerale mette l’accento sull’«ipertrofia burocratica» che moltiplica all’infinito le norme pretendendo d’infilarsi a regolamentare ogni aspetto della vita di individui e imprese: ricorda che sono state contate «629 nuove norme fiscali approvate fra aprile 2008 e marzo scorso, ben 389 delle quali con aggravio di adempimenti e costi sulle spalle delle aziende». Con un singolare strabismo, ribadisce Costalli: la pressione fiscale è stata «enormemente elevati» mentre i servizi al cittadino «sono stati drasticamente ridotti. Tradotto: la morsa del fisco «ha superato il livello scandinavo», quel che riesce a “restituire” lo Stato in termini di servizi «sta raggiungendo il livello africano».

E fin potrebbe essere una requisitoria contro la microfisica del nuovo Potere. Ma per il presidente della Camera di Commercio non mancano i riflessi sulla società: ormai – afferma – non esiste più una maggioranza bensì una babele di minoranze, «ciascuna con l’ambizione di possedere il mondo». Niente più speranze condivise ma aggregazioni di pezzi minoritari: «all’assalto del Palazzo d’Inverno che non c’è più», mentre spazzando via ogni corpo intermedio, Camere di commercio comprese, la scena è dominata dal Capo.

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