Il Tirreno

Livorno

Il “prete del sorriso” dalla parte di pacifisti e baraccati

di Mauro Zucchelli
Il “prete del sorriso” dalla parte di pacifisti e baraccati

Nel 10º anniversario della morte dell’ex ausiliare di Ablondi l’omaggio dell’Osservatore Romano e del suo paese natale

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LIVORNO. Lo chiamavano il “prete del sorriso”: “colpa” di Margherita, otto anni, che gli aveva chiesto di «non perdere il tuo sorriso» quando si era ritrovato alle prese con un tumore che lo sfiniva. Ma adesso che, nel decimo anniversario della morte, l'Osservatore Romano gli ha dedicato quasi mezza pagina, monsignor Vincenzo Savio – anzi, “don Vincenzo” come preferiva lui («perché di fronte al Signore noi preti siamo tutti “don”, vescovi compresi») – forse potremmo cominciare a chiamarlo il “vescovo in tenda”.

Lo ribattezza così Carlo Di Cicco, vicedirettore del quotidiano del Papa, nel lungo articolo del salesiano bergamasco che s’era fatto livornese – per ben tre voltenell’arco di tre decenni – nel corso della sua parabola umana di prete. Siamo la città dove ha vissuto di più: 17 anni in tre round, come ricorda nel suo blog Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera. Più di metà della sua vita adulta.

Non è un segreto, d’altronde, che è stato Savio stesso a chiedere di essere accompagnato nell’agonia da un po’ di Livorno nella sua stanzetta di morente: gli occhi angosciati di quel “Cristo coronato di spine”, capolavoro del Beato Angelico e icona della sofferenza, che proprio Savio aveva fatto tirar fuori dai magazzini municipali quand’era in servizio nella nostra città.

Ma quell’immagine della “tenda” di cui dicevamo, in realtà l'aveva tirata fuori lo stesso Savio per disegnare il proprio modo d'essere: agli amici aveva confidato che «d'estate teneva sempre una tenda nel baule dell'auto e appena gli era possibile passava una notte sotto le stelle, quando doveva viaggiare». Una tenda che vale anche come identikit antropologico e pastorale: la tenda «si sposta e si adatta in ogni luogo, non è carica di cose, è aperta e chi sta dentro sente le voci di chi sta fuori e viceversa».

Sembra di ascoltare la capacità di condensare in una immagine così semplice e così poco clericale quelle suggestioni profetico-visionarie che ora troviamo in papa Bergoglio. Ma 10-15 anni prima che il mondo (e la Chiesa stessa) scoprisse Bergoglio...

E adesso salta fuori l’ipotesi che la Chiesa lo faccia salire agli altari: già al presenti figura nel sito web dedicato a santi e beati nella categoria dei “testimoni”. E monsignor Enrico Dal Covolo lo indica esplicitamente come «santo nei nostri pensieri» quasi facendo immaginare un percorso verso la beatificazione.

È vero che il segretario di Stato non è più il cardinal Bertone che era amico personale di Savio, salesiano come lui, ma monsignor Dal Covolo è pur sempre il rettore della Pontificia università lateranense e ha predicato gli esercizi spirituali di Quaresima al papa nel 2010. Senza contare che stiamo parlando del religioso che si occupa come postulatore delle cause di beatificazione della congregazione salesiana (e soprattutto di quella di papa Luciani, che era stata sollecitata proprio da Savio).

Del resto, la “tenda” rimanda anche a qualcosa che sa di casa. E la casa era stata una delle sue preoccupazioni pastorali fin da prima di prendere l’abito talare. Basti ricordare che i primi tre periodi qui da noi (dal ’69 al ’71) li ha vissuti da seminarista, in una sorta di “Sessantotto” tutto personale, in mezzo a chi viveva quotidianamente la mancanza di una casa vera: i baraccati che a distanza di un quarto di secolo dalla fine della guerra ancora vivevano nella “favela” fra Colline e Coteto.

Era un modo di intendere l’essere sacerdote e la Chiesa: come quando in Calabria, a Isola Capo Rizzuto, vivrà come prete operaio e poi in mezzo agli zingari («vivono in baracche, quelle dei baraccati di Livorno erano villette in confronto a queste», scrive in una lettera ai familiari).

Qui da noi tornerà altre due volte in seguito. Dopo un rodaggio di qualche mese fra Stagno e la cattedra al liceo scientifico, eccolo parroco ai Salesiani: dal ’77 alla metà del decennio successivo. Diventerà solo il punto di riferimento del sinodo che è stato il “cuore” dell’idea di Chiesa nel segno di Ablondi. Non è tutto: di fronte all’emergenza casa che a Livorno sembra cronica nonostante la quota record di alloggi pubblici, si era impegnato in prima fila al punto da chiedere la requisizione delle case sfitte nel caso non vi fosse modo per dare un tetto agli sfrattati.

E la terza volta? Negli anni ’90: segnatamente fra il ’93 e il 2000, ma stavolta come vescovo ausiliare per accompagnare come braccio destro l’ultima fase del trentennale episcopato di Ablondi.

Si troveranno fianco a fianco anche nella malattia: Savio, che ha alle spalle l’esperienza della sofferenza della madre rimasta paralizzata a 24 anni, decide di vivere senza segreti il proprio tumore maligno e i cicli di chemioterapia li fa all’ospedale di Belluno, la città che gli era stata affidata come vescovo.

No, non sarà tutto rose e fiori. Ma proprio per niente: la dimostrazione è appunto la nomina a vescovo ma via da Livorno. Figurarsi che Antonio Miscio, nella biografia dedicata a Savio, dice chiaro che ha sofferto più per le incomprensioni con i preti a Livorno che per la malattia a Belluno.

Savio è arrivato a Livorno senza diritto di successione, ma il vescovo Ablondi ne combina di tutte perché il suo posto sia preso da Savio. Non sarà così: e qui – così come era stato segnalato su queste colonne – la biografia mette l’accento sul fatto che a sbarrare il passo a Savio a Livorno è stata una lettera inviata da 12 preti livornesi in Vaticano per chiedere un cambio totale di rotta. Muscio dice che Savio era finito stretto fra la visione profetica di Ablondi e gli orientamenti, anzi il mugugno, di una significativa parte dei preti.

Non aveva avuto paura di restare da solo, se c’era da difendere un principio. Il blog di Accattoli ricorda la sua «libertà di parola» quando era rimasto l’unico vescovo italiano, con l’Italia impegnata nella guerra in Iraq, a dire che non accettava l’ideologia della “guerra preventiva” e continuava a sognare che fosse possibile che «ogni uomo si senta fratello di ogni altro uomo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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