Modì, macchè scippo diciamo grazie a Pisa
La cosa più irritante di tutto questo cicaleccio sulla mostra di Modì realizzata a Pisa e non a Livorno, è ascoltare certi discori indignati. Discorsi che parlano di "scippo" o di "furto" della gloria da parte dei pisani ai danni dei livornesi. Ché è proprio il modo per riaprire il vaso di pandora delle sciocchezze che fa molto pop ma anche tanto falsità.
In primo luogo perché c'è almeno da rispettare la verità storica: Amedeo Modigliani fu "cacciato" da Livorno e costretto a migrare a Parigi dove divenne Modì, fece la fame e morì. Per cui che Livorno consideri l'Artista come una sua proprietà intellettuale, è quantomeno azzardato. Altro discorso quello di convincersi che avere tra i propri concittadini (seppur reietto) uno come Modigliani può essere una risorsa per tutti. Ma questo è esattamente quello che non pensa Livorno e la sua classe dirigente. E' un'idea che non le appartiene ormai da molti anni. Altrove - ovunque nel mondo - ragionano in modo diverso, ma nel tratto di costa toscana che va da Calafuria a Calambrone si è formata una cappa ben raccontata nel Lungomai di Simone Lenzi.
A Vinci un tal Leonardo nacque nel borgo e viaggiò per il mondo relegando il paese natio a un luogo della propria memoria ma, dopo qualche secolo, quel piccolo paese vive della gloria irraggiata dal grande scienziato-umanista. Ne è nato un museo, un tour didattico che porta quotidiani torpedoni di turisti. Oltretutto, da quelle parti, nessuno s'è mai messo a scavare nel giardino di casa del Genio alla ricerca di qualche "machina" leonardesca giudicandola prima vera e, infine, svelandone la falsità. A Vinci non hanno mai fatto così. Ma neppure questo è il punto vero della strampalata discussione che agita in queste ore gli animi a sud dello Scolmatore.
In realtà tutti i livornesi che hanno a cuore la grande bellezza delle proprie radici, dovrebbero essere grati a Pisa e a Parigi, a Roma e a Milano, solo per indicare le città dove negli ultimi mesi si sono allestite mostre del Modì.
Siamo realisti: se gli allestimenti non li avessero realizzati loro, noi e i nostri figli dove diavolo avremmo potuto vedere opere che sono sparse nei musei e nelle stanze blindate di mezzo mondo? Dunque rompiamo antichi tabù e diciamo, seppur con sovrumano sforzo, "Grazie Pisa". Loro, i pisani, sono stati più bravi. Non resta che accettare la realtà e avere il coraggio di dircelo fra noi, ghigna a ghigna.
Basta coi piagnistei, il lamento infinito, il borbottio pietistico. E' un esercizio duro ma salutare per rompere la gabbia dell'autogiustificazione, della scusa sempre trovata e recitata come un mantra assolutorio.
Oggi tutti dicono: a Pisa hanno i soldi, qui non c'è un centesimo. Chi la vede così è strabico, scambia la causa con l'effetto. A Pisa hanno i soldi perché sono andati a cercarli, hanno fatto squadra, hanno concentrato le risorse su alcuni precisi progetti studiati professionalmente e realizzati con stile manageriale. Il biglietto d'ingresso al Palazzo Blu sul Lungarno costa in media sui 15 euro e l'elenco delle categorie "a sconto" è piuttosto corto. La Fondazione che mantiene il Palazzo considera l'investimento culturale una priorità, un modo per incrementare valore e immagine. Anche a Pisa ci sono stati i tagli alla spesa pubblica, la crisi delle aziende, la morìa delle botteghe, l'incremento della disoccupazione.
La crisi non ha colpito solo Livorno. Chi oggi ne evoca gli effetti come spiegazione del proprio immobilismo, gioca a nascondino con la cattiva coscienza. La verità è che, anche in tempi di forti difficoltà, l'importante è scegliere, concentrare le poche risorse su alcuni punti cardinali mantenendo saldo il timone. Senza cadere nella tentazione di realizzare piccole cose rattoppate che fanno tanto "vorrei ma non posso". Cito alcune stelle nel firmamento labronico che potrebbero indicare la rotta: di Modigliani s'è detto, aggiungo Fattori e Mascagni.
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