Italia
I Neri in mezzo al Pacifico in cerca della capsula spaziale
Il gruppo livornese entra come partner in una euro-missione sperimentale Recupererà nell’oceano un veicolo hi-tech giù dal cielo a 412 km dalla Terra
LIVORNO. Ci fosse stato da andare a recuperare una draga nel mezzo del Canale di Suez com’è accaduto nel 2007 evitando il patatrac su una delle principali rotte del traffico marittimo mondiale, nessuno si sarebbe meravigliato. Idem se si fosse trattato di spedire il maxi-pontone a fermare il rischio inquinamento di una nave incagliata all’uscita del porto di Algeciras. Ma stavolta il gruppo Neri il business è andato a recuperarlo in orbita. Anzi, in mezzo all’oceano. Segnatamente, all’Oceano Pacifico.
Orbita? Oceano? Il fatto è che in autunno sarà la nuova nave-appoggio del gruppo Neri, la “Nos Aires”, andrà a riprendere un veicolo spaziale sperimentale – l’Ixv (Intermediate eXperimental Vehicle), una sorta di Shuttle, realizzato a Torino da Thales Alenia) – che verrà lanciata dall’Agenzia spaziale europea dalla Guyana francese, sorvolerà l’Africa e l’Oceano Indiano fino a raggiungere i 412 km di distanza dalla Terra e poi ricominciare la fase di rientro nell’atmosfera a una velocità di 7,7 km al secondo, cioè a quasi 28mila chilometri orari, dopo 100 minuti. Lo scopo? Raccogliere una miriade di dati attraverso una rete di ultra-sensori e collaudare la fase delicatissima del rientro in atmosfera.
Dietro a tutto questo c’è l’idea-guida della Commissione europea di acquisire crescente autonomia rispetto all’apparato industriale-militare statunitense sulla nuova frontiera delle telecomunicazioni. Questo vale anche per il gruppo imprenditoriale livornese, che pure ha giocato questa partita in “trasferta”, cioè sul terreno dell’aerospazio: finora i recuperi di veicoli spaziali e navicelle erano stati sempre appannaggio della Marina militare degli Stati Uniti, tanto per avere un paragone del rango dei competitori.
Il marchio labronico con la bandiera bicolore simbolo del gruppo Neri figura fra gli 11 partner principali italiani di quest’avventura dell’Europa che non teme di sfidare il resto del mondo in questo campo high tech.
«Il mio bisnonno – racconta Piero Neri, ora il punto di riferimento di questa dinastia imprenditoriale – ha fatto nascere a fine Ottocento l’impresa andando a recuperare piccole navi nel nostro mare. Adesso siamo cresciuti e quel che dobbiamo recuperare è una capsula spaziale, e dobbiamo andarlo a fare in mezzo all’Oceano Pacifico».
Piero Neri ne fa anche qualcosa che vale come messaggio per la città, una scossa per Livorno perché ricominci a credere in sé stessa: «Ce la possiamo fare. Bisogna solo darsi da fare e smetterla con il piagnisteo, ma semmai tirare fuori tutte le energie e tutta la determinazione».
Per il gruppo livornese si tratta di un orizzonte di mercato nuovo, che va al di là del proprio settore di specializzazione: un mercato in cui la competizione è su scala mondiale e deve fare i conti con standard di qualità all’altezza tanto degli altissimi investimenti in un progetto del genere (complessivamente circa 160 milioni di euro) quanto del livello di delicatezza nella manipolazione delle strumentazioni interessate.
Del resto, la società livornese ha all’attivo «più di cento recuperi» dalla fine della seconda guerra mondiale in poi. È finito sui giornali di mezzo mondo l’intervento che a tambur battente ha salvato l’isola del Giglio dai reflui della Costa Concordia, già poche ore dopo il naufragio. Ma – avvertono dal quartier generale dell’azienda – non era la prima volta che il personale della ditta Neri intervenire su una love boat incagliata davanti a una costa-simbolo: l’aveva già fatto con la “Venezuela” dirimpetto a Cannes.
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