Tutti assolti e via i sigilli dalla discarica
Il giudice ha respinto le richieste di condanna del pm per abuso d’ufficio e reati ambientali. Bellabarba: speriamo non sia tardi
LIVORNO. Nessun accordo sottobanco tra il mondo politico livornese e i vertici della Gaetano Bellabarba & C.. Zero favori, abusi o scorciatoie create ad hoc per l’approvazione, la realizzazione e la messa in funzione della discarica del Limoncino, la cava sul monte la Poggia. E soprattutto nessun vincolo paesaggistico violato a discapito dei cittadini e della loro salute, presente e futura.
È questo il significato della sentenza con la quale il giudice Gioacchino Trovato, dopo tre anni di indagini, quattro udienze e un’ora e venti di camera di consiglio, ha assolto «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di abuso d’ufficio e reati ambientali Federico Bellabarba, 44 anni, amministratore dell’omonima società, il geologo e progettista Antonio Rafanelli, 66, il dirigente della Provincia Reginaldo Serra, 64, e Andrea Rafanelli, 39, nipote di Antonio e addetto dell’unità operativa “Rifiuti e Bonifiche” della Provincia che il 7 ottobre 2008 dette parere favorevole nonostante la parentela con il responsabile del progetto.
Ma non solo. Perché il giudice ha anche ordinato l’immediato dissequestro dell’area sigillata dai carabinieri la mattina del 20 ottobre 2011 e che nei prossimi giorni tornerà nelle disponibilità dei proprietari.
«È una vergogna ma noi non molleremo», spiegano alcuni degli otto proprietari di case e terreni nei pressi della cava che si erano costituiti parte civile nel procedimento e che per tutto il giorno hanno assistito alle varie fasi del processo. Aggiungono i loro legali: «Nel pieno rispetto della magistratura, siamo amareggiati perché la sentenza non tutela i cittadini che abitano nella zona e non tutela il diritto alla salute».
Ora per capire fino in fondo la genesi della sentenza arrivata dopo la richiesta di rito abbreviato avanzata dai difensori degli imputati, sarà necessario aspettare 90 giorni quando il giudice depositerà in cancelleria le motivazioni.
Ma nella scelta del magistrato molto devono avere influito i risultati della perizia che lo stesso giudice ha affidato prima dell’estate a due esperti, l’ingegner Giuseppe Filauro e il geologo Francesco Cipolla per fare chiarezza su rischi e l’iter per i permessi. I risultati ai quali sono arrivati sono stati opposti a quelli dei consulenti del pm che avevano paventato, tra gli altri, il pericolo di crolli ed esplosioni nel momento in cui i rifiuti fossero stati stoccati nella cava.
Nonostante questo il pubblico ministero Antonella Tenerani nella requisitoria di ieri aveva chiesto la condanna per i quattro indagati a una pena complessiva di 4 anni e 9 mesi.
I cugini Paolo e Federico Bellabarba, titolari dell’omonima società proprietaria della discarica, non hanno la forza di sorridere quando alle 18,10, il giudice pronuncia la sentenza con la quale dà un calcio ai sospetti e ridà una speranza all’azienda di famiglia, ora sul lastrico e con una richiesta di concordato preventivo in ballo al tribunale fallimentare di Livorno.
Spiega Federico, cappello e cappotto grigi mentre scende le scale del tribunale penale accompagnato dai suoi legali, gli avvocati Anna Francini e Michele Baldi.
«Tre anni fa la società fatturava 15 milioni di euro e aveva 80 dipendenti. Adesso siamo quasi rovinati per una cosa fondata sul nulla. Hanno fatto passare i componenti del comitato come i paladini dell'ambiente quando sono i primi a inquinare. Ora purtroppo la discarica senza la strada non serve a niente. Per dare una speranza all’azienda confidiamo nel lavoro negli avvocati civilisti». Aggiunge il cugino Paolo: «Siamo soddisfatti, ma dobbiamo ancora aspettare».
Per Reginaldo Serra, invece l’assoluzione è una liberazione: «Sono sollevato, questo è uno smacco per chi brindava al sequestro. Sono stato rimosso dall'incarico e ho passato 4 anni duri, per i quali l a mia immagine resterà comunque intaccata». Soddisfatto anche il presidente della Provincia Giorgio Kutufà: «Una grande soddisfazione che è mitigata dalle sofferenze dell'impresa e dei lavoratori interessati».
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