Delitto al mercato, parla la moglie dell'imprenditore: «Mio marito Alfredo non è un assassino»
Anna Rolla, la moglie dell’imprenditore condannato a 30 anni per l'omicidio: il colpevole è fuori e se la ride, nessuno lo ha mai cercato
LIVORNO. «Mio marito non è un assassino: è innocente, ma è in carcere, mentre il vero colpevole per l’omicidio di Claudio Costanzo è fuori, libero e se la ride, perché nessuno ha mai provato a cercarlo. Eppure i dubbi c’erano e ci sono, ma nessuno ha voluto vederli. E anche il giudice che lo ha condannato ha preso in considerazione solo le prove dell’accusa senza guardare quelle che aveva portato la difesa. Ora la forza che mi fa andare avanti è quella di lottare. Oggi voglio raccontare a chi non lo conosce chi è Alfredo, una brava persona che non ha mai fatto niente di male e che adesso non può far sentire la propria voce. Ecco perché ho deciso di far sentire la mia».

LE INDAGINI Prove, dubbi e sospetti, il delitto in 10 punti
Anna Rolla, in Andreucci dal 15 aprile 1974, giorno del matrimonio, è una signora piccola con i capelli biondi e gli occhi scuri che si muove dentro una casa piena di stanze a due passi dal Tribunale civile. Parla dopo un anno e tre giorni di silenzio e lo fa all’indomani della sentenza con la quale il marito è stato condannato a 30 anni di carcere per il delitto del mercato.
Sul tavolo del salotto, in mezzo a vasi di fiori e foto di famiglia, ci sono alcune delle prove che suoi legali hanno presentato al giudice per convincerlo, senza riuscirsi, dell’innocenza dell’imprenditore. «Questo - dice - è l’estratto conto della Banca dell’Etruria dove si vede che mio marito aveva pagato Costanzo per il lavoro che gli aveva procurato. Il bonifico di quasi 2mila euro risale al 23 febbraio, il giorno successivo al pagamento dei creditori. Questa - prosegue, prendendo alcuni fogli spillati - è la consulenza del generale Luciano Garofano dove l’ex capo dei Ris dice che le macchie di sangue sul giaccone si dovevano vedere. Poi - conclude - c’è la causa che la nostra azienda, la Cts, ha in corso con la Progeco di Piombino dalla quale dobbiamo avere 300mila euro. Guardando questa mi domando perché se Alfredo si voleva rovinare doveva farlo con Costanzo».

(Anna Rolla nella stanza dove i carabinieri hanno trovato la collezione di coltelli di Alfredo Andreucci)
Partiamo dalla mattina dell’omicidio, 27 febbraio 2013.
«Mi sono alzata alle 7. Alfredo è andato in bagno e io sono andata in cucina. Il suo cellulare ha squillato due volte, ho guardato lo schermo, ho visto che era Costanzo e non ho risposto. Mezzora dopo mio marito è uscito dicendomi che sarebbe andato all’Inps. Mi ha chiesto se andavo con lui, come facevo sempre. Lo avessi fatto forse tutto questo non sarebbe avvenuto. Invece gli ho detto: “Vado a fare la spesa con la bimba”. Intorno alle 9,15 è tornato a casa, ero in cucina e l’ho visto sfilare lungo il corridoio, pensavo dovesse andare in bagno, invece è uscito subito pochi secondi. Venti minuti dopo ho sentito suonare alla porta. Erano quattro carabinieri, ma io non ci ho creduto perché non erano in divisa, così prima di farli entrare ho chiamato il 113 per avere conferma».
Che cosa le hanno detto?
«Che mio marito aveva avuto una discussione con una persona e lo stavano cercando. Allora ho preso il telefono e l’ho chiamato: “Sto arrivando”. Ecco come mi ha risposto».
Nel frattempo i carabinieri hanno perquisito la casa...
«Sono stata io a farli vedere le stanze».
E in una di queste hanno trovato la collezione di coltelli?
«Esatto, ma come vede mio marito non era solo un collezionista di coltelli ma anche di carte, accendini. La passione per i coltelli era cominciata sette otto anni prima. Era rimasta una stanza libera quando la nostra figlia più grande si è accompagnata e lui l’ha sistemata un po’ alla volta mettendoci dentro tutti i suoi aggeggini».
Che idea si è fatta di quel giorno?
«Che mio marito è un disgraziato che si è trovato in una situazione più grande di lui. Quando l’assassino lo ha spinto dentro al palazzo centrale e ha aggredito Costanzo lui ha avuto paura ed è scappato. Poi è tornato sul luogo del delitto, ha chiesto di Costanzo ed è andato a trovarlo in ospedale ma non lo hanno fatto entrare perché non era un parente. Ha chiesto il suo cellulare e gli occhiali. Possibile che un assassino si comporti così? Nemmeno uno sceneggiatore potrebbe scrivere un film del genere».
Eppure ci sono prove che hanno spinto il giudice a condannare suo marito: le tracce di sangue sul giaccone, la testimonianza della donna che lo ha visto uscire con il coltello in mano, lo stesso Costanzo che ha racconta in ospedale che a accoltellarlo era stato Andreucci.
«Costanzo per quaranta minuti, dal momento dei soccorsi fino all’arrivo in ospedale, è rimasto in silenzio. Solo al pronto soccorso ha fatto il nome di mio marito. Secondo me credeva di cavarsela, ma sapeva anche che quando fosse uscito chi lo aveva aggredito ci avrebbe provato di nuovo. Allora si è chiesto: Chi mi può salvare? Quello che è accanto a me. E ha detto che era stato Alfredo».
VIDEO: I MINUTI PRIMA E DOPO L'ACCOLTELLAMENTO
E la signora che ha riconosciuto suo marito col coltello in mano?
«Quando telefona sono le 9.08 e dice che c’è un uomo davanti a lei che sta pulendo un coltello insanguinato. E di fare in fretta perché sta scappando. Pochi istanti dopo questa telefonata ai carabinieri Alfredo attraversa la strada ma in mano non ha niente. Poi si guarda intorno e si allontana lentamente».
Rimprovera qualcosa a suo marito?
«Gli rimprovero di non aver chiesto aiuto e di non essere rimasto lì ad aspettare i soccorsi, ma ha avuto una paura tremenda. In ogni caso ormai è andata così. Durante questi mesi ho provato tante volte un senso di rimorso perché quel giorno sarei dovuta andare con lui, come facevo ogni mattina».
Si è parlato del rapporto tra Costanzo e suo marito, dei soldi che la vittima doveva avere. Dunque di un movente economico.
«Il rapporto era semplice. Costanzo era stato nostro dipendente fino a dicembre quando è stato licenziato perché non veniva mai al lavoro. In quel periodo mio marito era in Africa dove si trova ancora per i suoi nipoti. Nonostante l’interruzione del rapporto erano rimasti in contatto perché Costanzo, che non poteva più aprire una ditta, aveva passato alla Cts un cliente e prometteva di portarne un altro grosso. Ecco perché mio marito quella mattina lo portò in banca: per dargli una sorta di anticipo. Per il resto è stato regolarmente pagato, tutto quello che doveva avere l’ha avuto. Addirittura veniva in ditta a chiedere denaro, anche 50 euro, perché era disperato. Una volta pur di farlo andare via glieli ho dati di tasca mia. Eppure nessuno ha indagato sulla sua vita e sulle sue abitudini».
Com’è cambiata, invece, la sua vita nell’ultimo anno?
«Fino al 26 febbraio eravamo una famiglia felice. Con dei problemi, certo, ma felici. Il sabato sera uscivamo con gli amici: pizza e partita a carte dal Civili. Da quando due delle nostre figlie si erano sposate eravamo tornati a fare i fidanzatini. Con le gite organizzate siamo stati a Parigi, Barcellona, in montagna. Cercavamo di recuperare quello che a 20 anni non avevamo fatto. Invece questa storia ci ha distrutto la vita. Mio marito in carcere ha perso 22 chili ma nonostante questo continua a mandarmi le lettere d’amore, si sta diplomando in ragioneria e anche grazie al lavoro della polizia penitenziaria reagisce. Io invece dopo un periodo in cui sono stata in cura da uno psichiatra sto trovando la forza dalla necessità di lottare per Alfredo. Per me è la luce della mia vita, un uomo che auguro a tutte le donne di incontrare. E che spero in appello venga assolto perché non è un assassino. Come mi ha detto lui dopo la sentenza di condanna: questo era solo il primo round».
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