Il Tirreno

Livorno

Vengo anch’io Sanremo aspettami


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Ho già fatto la valigia. Parto per Sanremo. Per la prima volta.
Sono molto emozionato. Seguirò il Festival un po’ per il giornale, un po’ come autore del testo di uno dei brani in gara. Ma soprattutto cercherò di godermi lo spettacolo dietro lo spettacolo, in un mondo, quello in cui viviamo, in cui lo spettacolo è tutto ciò che ci è rimasto.
Basta pensare alla politica di questi ultimi giorni e risalire poco più indietro con la memoria: spettacolare l’arrivo di Renzi in Smart, spettacolare lo streaming della direzione del PD, spettacolare la manfrina di Grillo col cappuccio che sfugge ai cronisti sulla spiaggia, spettacolare Berlusconi con Dudù. Come lo fu quel suo duetto cabarettistico con Travaglio da Santoro, nell’immortale gag della pulizia della sedia.
Tutto è spettacolo ormai, lo sappiamo: lo spiegò Guy Debord ormai tanti anni fa, e da allora lo hanno ripetuto in moltissimi. Per questo, con il tempo, ho imparato a rispettare tutto ciò che si dichiara onestamente tale, con tanto di lustrini, luci studiate, copioni provati e riprovati, il cambio di abiti e il gossip di contorno. Ad amare persino questa vanità esplicita e in fondo innocua, dietro la quale spesso c’è tantissimo lavoro, e, a volte, tutti i sacrifici di una vita.
Poi, certo, ascolterò anche le canzoni, che sono l’ingrediente fondamentale di una bella torta in cui però il lievito sono ben altre cose.
Parto per Sanremo quindi con una valigia di curiosità, di fame quasi per la gioia nervosa di chi starà sotto i riflettori, con il grande vantaggio di potermela godere un po’ in disparte. Così, un passo oltre alle polemiche sui compensi, sui costi che pesano nel bilancio di questo grande circo italiano, restano proprio le parole che De Gregori (uno che a Sanremo non ci ha mai messo piede) ha dedicato proprio a una valigia (quella dell’attore, nel suo caso), che parla proprio di questo lavoro ingenuo e sporco, furbescamente onesto che è dare spettacolo.
Perché si dice proprio così: dare spettacolo. Darlo al pubblico per vedersi riconosciuti, per sorridere e ripeterlo ancora una volta: "e allora eccoci, siamo qua, siamo venuti per niente perché per niente si va. E c’inchiniamo ripetutamente, e ringraziamo infinitamente".
Proprio così, "siamo venuti per niente": significa che non siamo qui a migliorare il mondo, a salvarvi la vita, a vendicare ingiustizie e riparare torti. Siamo qui per riempirvi gli occhi, a riempirci le orecchie dei vostri applausi, a volte persino dei vostri fischi. A spostare la fine appena un metro più in là. Non sembri cosa da poco.

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