Il Tirreno

Livorno

Macché cachemire, era pelo di topo

di Lara Loreti
Macché cachemire, era pelo di topo

Sequestrato dalla Finanza oltre un milione di capi irregolari. Quattordici cinesi denunciati per frode, affari per 8 milioni

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LIVORNO. Comprare una maglia di cachemire e ritrovarsi addosso pelo di topo non deve essere una bella sensazione. Non solo perché i ratti, si sa, fanno un po’ senso ai più, ma anche perché siamo di fronte a una vera e propria frode. Una truffa per cui sono stati denunciati 14 imprenditori cinesi, considerati al centro di un traffico di vestiti contraffatti con numeri da capogiro: oltre un milione e cento i capi sequestrati, per un giro d’affari di 8 milioni di euro.

Un’operazione nata a Rosignano Solvay - in un negozio cinese di abbigliamento che si trova sull’Aurelia e che poi si è estesa al livello nazionale: le fiamme gialle, guidate dal tenente Pierdario Fasciano di Cecina e dal comandante provinciale Fabio Massimo Mendella, sono riuscite a ricostruire tutta la filiera commerciale dei capi irregolari, raggiungendo l’apice della piramide. In pratica i vestiti sotto accusa arrivavano dalla Cina a Roma, dove sono state individuate cinque ditte i cui amministratori sono stati denunciati. Dalla capitale i vestiti nel mirino venivano venduti a un grossista, sempre cinese, ma residente a Sesto Fiorentino, titolare di una grande ditta con sede a Osmannoro. Era lui che smistava i prodotti a Livorno e provincia, quindi in Toscana e in tutto il centro Italia. Maglie, pantaloni, vestiti da donna, ma anche cappelli sciarpe e abbigliamento uomo e bambini. I commercianti sono finiti sul registro degli indagati: in particolare, dei 14 cinesi finiti all’attenzione dell’autorità giudiziaria, uno è il grossista fiorentino e cinque i romani, e gli altri 8 sono di Livorno, Cecina, Piombino e Venturina. Le fiamme gialle sono risalite a loro dalle fatture di vendita dei prodotti firmate dal grossista fiorentino.

Un’indagine partita un anno fa.

Tutto è nato da un controllo fatto al negozio in centro di Rosignano Solvay, gestito da una coppia di cittadini cinesi. La prima contestazione fatta dalle fiamme gialle è stata che i vestiti in questione erano privi delle necessarie etichette con le informazioni merceologiche. Ma poi i finanzieri sono andati oltre: hanno notato la presenza di alcune maglie esposte in vendita, etichettate con la dicitura “in cachemire”, ad un prezzo basso, troppo basso e soprattutto non proporzionato al pregio del tessuto. A quel punto, alle fiamme gialle sono venuti sospetti sull’autenticità del tessuto e così è partita un’indagine.

Le analisi choc: è pelo di topo. I finanzieri hanno deciso di inviare un campione di quei vestiti al laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane e, al termine delle analisi, è emerso che il tessuto con cui erano confezionati i capi analizzati non era assolutamente cachemire, ma era un misto di acrilico, viscosa, poliestere e peli di topi e di altri animali come cani e gatti.

Da Livorno a Firenze fino a Roma. I finanzieri sono andati avanti e dai documenti relativi agli acquisiti di quella merce hanno individuato il grossista di Sesto Fiorentino con tutti i suoi magazzini e i suoi clienti commercianti. La perquisizione poi svolta a Osmannoro ha portato al sequestro di 6mila vestiti che però non erano fatti con pelo di topo, ma erano “solo” privi di etichetta. Per questo sono stati dati in beneficenza alla onlus Progetto Accoglienza di Borgo San Lorenzo. L’indagine è poi giunta a un’ulteriore svolta nei giorni scorsi, quando i militari della Finanza hanno eseguito una ventina di perquisizioni nelle cinque aziende dell'hinterland della capitale e nelle abitazioni degli amministratori delle ditte cinesi. Oltre 160mila articoli irregolari sequestrati a Roma che si aggiungono al maxi sequestro totale: 1.141.343 prodotti di varie tipologie che si sono accumulati in varie operazioni nei negozi scoperti nella provincia di Livorno. Dalle indagini sono venuti fuori anche altri capi di abbigliamento sospetti etichettati in cachemire, lana merinos, seta e pashmina e, anche in questo caso, le analisi di laboratorio hanno confermato che i capi analizzati non erano affatto prodotti con i pregiati tessuti riportati sulle etichette.

Nei guai in 41. Complessivamente, nel corso dell'operazione sono stati controllati 48 imprenditori. E oltre ai 14 denunciati ci sono altri 27 negozianti che sono stati segnalati alla Camera di commercio per violazione del codice del consumatore per illeciti che riguardano le etichette. «L’attività - dice il comandante Mendella - si inquadra nella costante attività di contrasto al mercato del falso che le fiamme gialle pongono in essere a tutela dei mercati e dei consumatori».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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