Italia
La missione speciale di Tiziano, il cacciatore di vite perdute
Il dolore per l’omicidio della giovane figlia, massacrata a coltellate vicino a Pisa nel 2006, lo ha spinto ad aiutare, con tecniche da detective, le famiglie che non trovano più i loro cari. Come Roberta Ragusa
di Mario Lancisi
PISA. Eccolo lì, su quel fossato, eccolo, è un sacco nero, quello che a casa viene utilizzato per metterci i rifiuti pesanti, solidi: piatti, bottiglie, legni. Tiziano Vason avanza, passo dopo passo tra le frasche, l’erba, in un campo nei pressi di Castelvecchio di Compito, vicino a Lucca, marzo del 2013. Il sacco è abbastanza nascosto, non lo si scorge facilmente, ma a Tiziano gli ci è caduto lo sguardo, quasi per caso. «Ma chi mai può avercelo buttato?», si chiede mentre la mente corre rapida a Roberta Ragusa (tutti gli articoli), l’imprenditrice di Gello, scomparsa nel 2012. E se dentro ci fosse il suo corpo?
Il cuore di Tiziano comincia a battere forte. Sempre più forte man mano che avanza e intanto tira fuori dalla tasca dei pantaloni un coltellino multiuso svizzero, rossocrociato. Ecco, il sacco, Tiziano si china, afferra il coltello e lo taglia, zag, ma da dentro fuoriescono cocci di piatti, tazzine...
Tiziano Vason, 66 anni, pisano anche se nativo di Padova, è un pensionato che da dieci anni fa il volontario nel nucleo trasporto organi di Pisa e da otto anni il "cacciatore" di persone scomparse. Sì, si dedica alla ricerca delle vite perdute. Quando qualcuno scompare Vason si mette sulle sue tracce per ricercarlo. Lui la definisce una "missione!, nata il 19 gennaio del 2006 quando a scomparire fu la sua figlia più piccola, Veruska. Ex militante del Pci negli anni Settanta (tra i suoi compagni di allora Fausto Valtriani, ex presidente della pisana Acque spa) ed ex dipendente della Pirelli, Vason si è sposato due volte. Dal matrimonio con la prima moglie (l’attuale è una polacca e si chiama Anna) nascono due figlie.
VIDEO: LA STORIA DI TIZIANO VASON
La difficile adolescenza di Veruska. La più piccola di quelle figlie, Veruska, è il centro della nostra storia e della vita di Vason. Perché la ragazza attraversa un’adolescenza difficile, forse anche a causa della separazione dei genitori. Veruska è sensibile, si ferisce e viene ferita, entra in mondi proibiti, sui quali il padre preferisce glissare: «Veruska aveva una figlia che oggi ha sedici anni ma ha molto sofferto per l’uccisione crudele della mamma. Vorrei non aggiungere altro dolore, rivangare passati sbagliati. Vorrei solo che fosse molto orgogliosa di sua madre perché era una donna dal cuore immenso, e forse anche per questo più vulnerabile», spiega accorato papà Tiziano.
Otto anni fa, il 19 gennaio, Veruska non fa ritorno a casa. La figlia diventa un gomitolo di singhiozzi e invocazioni: «Mamma, mamma, dove sei?». E papà Tiziano si mette a cercare la figlia perduta. Che dentro di sé sa di aver perduta da tempo; ma ora non risponde più, non si arrabbia, non sbatte le porte in faccia.
Scomparire: peggio che morire. Veruska aveva 28 anni. Ed era scomparsa. «Scomparire è forse peggio che morire. Perché tu non vedi e non senti la persona amata, vivi nel dubbio, nell’angoscia. Fu allora, quando mia figlia sparì, che decisi di mettermi alla ricerca di lei. Un’impresa quasi impossibile. È come avere davanti a sé l’oceano o salire in vetta ad una montagna di 4mila metri. Passo dopo passo. Minuto dopo minuto», racconta Vason. Passano i giorni, i mesi. Il 19 marzo sempre del 2006 una pattuglia di carabinieri di San Piero a Grado ritrova il corpo di Veruska, in un fosso di raccolta d’acqua piovana di Coltano, nei pressi di Pisa. Il povero corpo della giovane donna è massacrato da 54 coltellate. Cinquantaquattro (leggi l'articolo).
Vengono presto individuati i colpevoli: si chiamano Pino Cobianchi, serial killer che poi si impiccherà nel carcere Opera di Milano, nel 2012, ed Elisabetta Burchielli. I due assassini avevano tentato di raggirare la giovane e di carpirle un migliaio di euro che aveva nella borsetta. Veruska si era opposta e davanti al suo rifiuto quei due si erano scagliati contro di lei con due coltelli da cucina, massacrandola. Dopodiché si erano lavati le mani, si erano rimessi un po’ in sesto e con i soldi sottratti se ne erano andati a cenare al ristorante.

(Nella foto Veruska Vason e il punto in cui fu ritrovato il suo corpo)
Cacciatore di scomparsi. Ritrovato il corpo della figlia, Vason non si ferma. Non si acquieta, anzi: il dolore e l’ansia diventano uno stimolo per diventare una sorta di cacciatore di persone scomparse. «Lo faccio come volontario. Quando sui territori di Pisa e Lucca scompare qualcuno io mi metto a disposizione delle famiglie per ricercare i loro cari», spiega Vason. Anche se si definisce «un dilettante», Vason programma le sue ricerche e segue un metodo scandito in tre fasi. La prima è quella dell’informazione. Sullo scomparso segue e ritaglia tutte le notizie, parla con le famiglie, si informa. La seconda è la ricerca sul territorio. Individua sulle mappa un terreno ritenuto interessante e si mette a cercare per una superficie non più ampia di un chilometro e mezzo portandosi dietro un coltello, una torcia elettrica e un bastone da passeggio con il manico. La terza fase è quella del presidio ad esempio alla stazione, luogo di transito e anche di aggregazione di persone, dove potrebbe trovarsi, chissà, la persona cercata.
Non sono un detective. Non gli piace, a Vason, essere chiamato un detective. «Non sono un poliziotto o un uomo ossessionato; sono solo un padre che, ferito dalla morte della figlia, si mette a disposizione per dare una mano nella ricerca delle persone scomparse», dice.
Ore e ore trascorse sotto la pioggia, al gelo, al vento, sotto la calura estiva. Aspettando. Lanciando gli occhi su persone, cose, indizi. Con un pensiero nel cuore: quello della figlia Veruska. «In ogni scomparso rivedo lei e ogni volta tremo e soffro», racconta Tiziano. In otto anni non ha trovato nessuno, ma non demorde. Ogni giorno riparte. Alla ricerca degli uomini e le donne perdute. Con un sogno dentro: «Quello un giorno di comporre il numero della famiglia della persona scomparsa ed esclamare: “L’ho ritrovata”. Un po’ come è successo a me. Perché la morte di una persona cara è atroce, ma la morte e la scomparsa insieme sono dolori insopportabili».
Trapianti di organi. Sono le 19 di un sabato pomeriggio, a Pisa nuvole e pioggia. Mancano poche ore alla notte del 19 gennaio del 2006 quando Veruska fu assassinata a coltellate. La sua bambina, che allora aveva otto anni, non la rivedrà più. Squilla il telefono di Vason. Sono quelli del nucleo di trasporto degli organi di Firenze, dove presta servizio volontario. Lo allertano: presto, c’è da partire. Direzione Siena per trasportare un fegato per un trapianto. C’è un malato che attende. La sua vita è in bilico, e Tiziano corre con l’èquipe di medici. «La saluto, devo scappare. C’è di mezzo una vita...», e se ne va. È l’altra vita di Vason. Sempre a disposizione. Di solito lo chiamano due volte alla settimana, e sempre di sera. Lui guida l’auto che trasporta il chirurgo e il suo aiuto più una borsa medica, una di ghiaccio sterile e uno sternotomo (una sega per aprire lo sterno della persona morta). L’èquipe parte da Pisa per Firenze, Siena o in un altro spedale dove c’è un morto che dona fegato, rene e pancreas. Che poi a Pisa vengono trapiantati. Per dare nuova vita a persone malate.
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