Così la livornesità può diventare un marchio vincente
Siamo una città “glocal”: ma burla e simpatia non bastano, serve nuova progettualità puntando su innovazione e cultura
di ENRICO MANNARI
Fra qualche mese, precisamente il 19 luglio, saranno 70 anni dalla Liberazione di Livorno dal nazifascismo. Una ricorrenza che potrebbe contribuire a ripensare la memoria e ripensarla in termini di futuro come ha cercato di fare Il Tirreno in diverse iniziative editoriali.
Scorrendo a volo d'uccello la cronaca e le immagini della città dalla Liberazione sino ai giorni nostri, e scusandomi per la necessaria assenza di uno sguardo analitico per le diverse fasi, ho ripensato al valore dell’espressione “livornesità”, il modo di rappresentarsi e di essere rappresentati di noi livornesi. Da tempo la ricerca storica ha messo in luce come la “livornesità” ha le sue radici nella marginalità nel cui segno la città sorse e prosperò e che per molti aspetti non è mai piaciuta ai governi centrali, fossero a Firenze o a Roma.
RIBELLI MA PRAGMATICi
Questa “diversità” ha alimentato germi democratici e libertari che si sono intrecciati con le diverse tradizioni politiche, da quelle repubblicane a quelle anarchiche a quelle del socialismo prima e del comunismo poi. In questo humus quasi antropologico si è assistito, negli anni del secondo dopoguerra, al proficuo combinarsi tra il “ribellismo” e l'antagonismo ideologico con il pragmatismo realizzativo.
Ed ecco allora la città che si rimbocca le maniche negli anni duri della ricostruzione, ecco le lotte per la difesa del cantiere Orlando e i famosi accordi di Roma che videro nascere la Cmf a Guasticce, il crescere della Compagnia lavoratori portuali con l'intuizione dei containers, il patto con le famiglie storiche dell'imprenditoria livornese, la messa in campo di due importanti conferenze economiche comprensoriali, nel 1964 e 1968 che si ponevano (udite, udite) il superamento degli obbiettivi a carattere municipalistico, sino ad arrivare al 1983 con la “vertenza Livorno”.
Nei trent’anni successivi è cambiata molto l'Italia, la velocità dei cambiamenti ha conosciuto modi e tempi diversi per Livorno: l'industria pubblica è scomparsa per dare spazio alle multinazionali e il porto ha perso il suo primato per i contenitori. Gli interlocutori sempre meno stanno a Roma, sempre più a Firenze, a Bruxelles, e in qualche alto piano di una sede finanziaria europea o americana.
È uno scenario che si deve aver presente per cercare di comprendere meglio le luci e le ombre delle scelte della classe dirigente locale. E in queste trasformazioni mi viene da chiedere che cosa è rimasto e rimane di quel senso di coesione che teneva assieme, o almeno provava a tenere insieme le amministrazioni, i partiti, il sindacato, il mondo delle imprese e della cooperazione, e sapeva farne tessuto sociale e capacità di sviluppo.
È in quel contesto che la sinistra livornese ha espresso leaders in grado di misurarsi con le trasformazioni necessarie e di parlare a tutta la città. Leaders il cui spessore politico e intellettuale era il frutto di momenti di vita intensamente collettivi, parte ed espressione di una comunità orgogliosa di esserlo, con i suoi successi e le sue sconfitte.
Di tutto questo rimangono solo elites politiche che non sanno più confrontarsi con i cambiamenti in atto? Il fenomeno, lo sappiamo, è più generale e riguarda la crisi indubbia di qualsiasi forma di rappresentanza; e se in Italia la cosa è più acuta, la crisi è ovunque. Il tutto segnato da una crescente disoccupazione giovanile, dal dilagare del precariato, dal riapparire della povertà che non salva né le famiglie dei lavoratori dipendenti, né quelle da reddito da lavoro autonomo.
Per le rappresentanze e la politica non è solo un microcosmo di racconto ma un monito urgente a ricominciare a cercare per ricominciare a capire e continuare, cambiando, a rappresentare.
CON LO SGUARDO LUNGO
Ricominciare a capire significa interrogarsi di come può stare Livorno in questo mondo della globalizzazione. Proprio perché penso che lo sguardo lungo della storia sia utile per ascoltare e capire la storia mentre si fa, ricordo quanto scriveva Furio Diaz, sindaco della Liberazione e storico dell'Illuminismo: «In tempi ferrei e oscuri di autoritarismo monarchico, di settorialismo economico, di stasi delle intraprese produttive, di compressione delle attività individuali, quella che agli inizi era apparsa la maledetta città dei forzati e dell'area malsana, poté originare spunti di cosmopolitismo, di spregiudicato rapporto fra popoli diversi, di originali iniziative economiche che neppure i futuri stati di diritto dell'età liberale, ancorati specialmente all'inizio a contrasti di classe e di nazioni, saranno per molto tempo in grado di recepire».
IL DOLCE STIL GLOCAL
È da visionari pensare di ritessere quel filo rosso di una storia che ha visto Livorno divenire il porto più importante del Mediterraneo e una città “glocal” ante litteram? E non è solo la storia che ci sprona ma anche la geografia e le infrastrutture, certo da potenziare e sviluppare, ma che in parte già ci sono. Ma per essere visionari occorre essere orgogliosi delle proprie radici e fare della “livornesità” un punto di forza non riducendola solo agli aspetti d'irriverenza e di burla. Fondamentale è e sarà il ruolo di indirizzo dell'Amministrazione comunale; ma sarà sufficiente?
BASTA COL PIAGNISTEO
Penso che dobbiamo provare a cambiare la testa della città, provare a cambiare e a cambiarci il modo di pensare e di pensarci. Occorre sconfiggere con le idee e con i fatti una certa rappresentazione per cui Livorno è “ultima ruota del carro”, che non propone niente, che non conta niente, che non ha alcuna attrattiva e dalla quale, se non fosse per il mare, bisognerebbe fuggire il prima possibile.
È una rappresentazione comprensibile ma che non aiuta a cogliere bene le criticità ma anche le intuizioni, le potenzialità, le esperienze che, sia pur faticosamente, vengono a realizzarsi. Intanto il porto è economia ma è anche cultura, e come tale andrebbe visto in tutte le sue implicazioni. Inoltre sarà banale dirlo, ma luoghi come le Fortezze (su cui ci auguriamo che finisca la campagna degli annunci) e personaggi come Modigliani, Fattori, Mascagni, più che isolati spot locali dovrebbero costituire tasselli di una strategia di attrattività culturale e turistica, supportata da un’adeguata promozione e comunicazione nazionale.
Qualcosa si sta muovendo anche sul piano dell’intrattenimento, penso all’attuale positiva esperienza del Pala Modigliani. Esistono spazi e contenitori, in primis ma non solo il museo Fattori, che possono divenire una sorta di hub che vive della sua relazione con la “community”, una sorta di incubatore artistico ma anche commerciale, rivolto ad artisti, designer, programmatori, autori che lavorano in campi differenti.
Il futuro Museo della città potrà caratterizzarsi in tal modo? Si tratta di “inventare” anche modalità di gestione innovative, attivando una logica di rete, un sistema che faccia lavorare insieme e per obbiettivi comuni vari soggetti. Lo sappiamo, le risorse finanziarie pubbliche sono al lumicino e quelle private si fa fatica a intravederle; ma se si ha in testa una strategia ci si muove conseguentemente, anche sul piano della macchina amministrativa: la stessa programmazione comunitaria per il settennio 2014 -2020 offre molteplici possibilità di finanziamento per il settore della cultura. E guardando a Bruxelles occorre ricordare i bandi di “Horizon 2020” sul fronte dell'innovazione e della ricerca.
NON SOLO GUAI
Nel nostro territorio non ci sono solo imprese in difficoltà o a rischio perché in settori “maturi” ma anche significative realtà come Compolab, un centro di servizi innovativi il cui ruolo potrebbe essere meglio conosciuto e utilizzato. Non c’è solo l’Europa dell’austerity, c’è anche l’Europa che ci sfida a sperimentare nuovi modi di creare valore aggiunto, ma anche di vivere assieme, condividere le risorse e mettere a frutto le diversità territoriali. È necessario ridare slancio e consapevolezza ad una nuova progettualità politica ed amministrativa che alimenti l’interesse ad abitare una città stimolante dove la “bell’aria”sia un elemento di attrazione e non di torpore. Gli esperti di marketing territoriale parlerebbero di un nuovo “brand”, una rinnovata “livornesità”.
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