Meteo
Commercio in affanno Vendite, 7 anni di guai
Il barometro degli affari ha il segno “meno” da 26 trimestri consecutivi Eppure il numero delle imprese del settore è rimasto uguale al 2006
LIVORNO. È come se il commercio fosse in apnea da quasi sette anni: da ben 26 trimestri, l’uno dopo l’altro, senza manco una interruzione dche sia una, l’andamento delle vendite al dettaglio volge al brutto. Brutto stabile, insomma: che è praticamente una tempesta senza fine. Anche perché, a dar retta a quest’analisi statistica su base provinciale, l’afflosciamento dei consumi risale a prima dell’arrivo dello tsunami della crisi innescata da mutui subprime e patatrac Lehman Brothers al di là dell’Atlantico.
A fotografare la situazione è la newsletter del Centro studi della Camera di commercio: l’ultimo dato parla di un calo tendenziale su base annua del 4,2%. Dunque, neanche pochissimo.
Di segno negativo in segno negativo, mettendo in fila 26 trimestri di arretramenti, alla fin fine ci si ritrova a fare i conti con un restringimento della torta talmente drastico da far immaginare effetti choc: basti dire che, a questo punto, dopo tutto questo lunghissimo susseguirsi di cali gli indicatori statistici dicono che rispetto a sette anni fa la “torta” si è ristretta di quasi il 30%.
È lo stesso Roberto Nardi, presidente della Camera di commercio, a invitare a prendere un po’ con le molle questi dati. Non perché siano raccolti a vanvera, tutt’altro: ma si basano – afferma – su stime che nelle microditte individuali «risentono molto dell’atteggiamento pessimista o ottimista che ciascuno ha nei riguardi dei propri affari». Tradotto: «Siccome non è possibile che le imprese reggano con una contrazione così forte delle vendite, è probabile che, di fronte alla richiesta di dire come vanno le vendite, siano portati a dare una stima ch risente dell’“emotività” negativa di una difficile fase congiunturale.
Ci sarebbe da spiegare come mai, in effetti, al grafico delle vendite in picchiata non corrisponda un altrettanto brusco tracollo del numero delle imprese. Lo dicono i numeri che saltano agli occhi scorrendo i dati del registro dell’anagrafe camerale: gli ultimi dipsonibili risalgono alla fine del settembre scorso e dicono che, escluso il settore auto, il commercio al dettaglio contava un arcipelago di poco meno di 6mila ditte, spesso formato micro, sparse in tutta la nostra provincia. Lo stesso numero che avevamo prima della crisi choc: anzi, a esser proprio precisi una in più. Non è un caso raro: figurarsi che a livello nazionale proprio gli anni della crisi hanno visto una crescita numerica di 5mila ditte, su scala regionale l’incremento è stato di quasi 180 imprese (ben 131 delle quali a Pisa).
Il motivo? Il lavoro dipendente è una spugna occupazionale che non assorbe più niente: al contrario, semmai espelle forza lavoro. Ragion per cui, inutile dirlo, il tentativo di trovare un lavoro finisce spesso nel tentativo di alzare la saracinesca di una bottega: soprattutto quelle a basso investimento iniziale; soprattutto per iniziativa dei giovani; soprattutto con i soldi della liquidazione di babbo o mamma che vanno in pensione o chiedono l’anticipo.
Eppure ci sono almeno un paio di aspetti extra da non trascurare.
L’uno riguarda i supermercati. Per lungo tempo sono state le piccole botteghe a pagare il prezzo più pesante della crisi mentre i supermercati si arrangiavano a restare a galla senza perder fatturato, ma negli ultimi trimestri la crisi dei consumi ha contagiato prima i minimarket di quartiere e poi la stessa grande distribuzione. Dipende dal fatto che le famiglie in affanno hanno riscoperto le piccole botteghe di vicinato come le uniche in grado di “segnare”, cioè di vendere a credito, consentendo ai consumatori di pagare dopo aver riscosso lo stipendio. Cosa ovviamente impossibile per un grosso supermercato.
L’altro ha a che fare con quel che avviene nelle altre città toscane. A partire dall’estate dello scorso anno, la Toscana fa segnare un andamento peggiore rispetto al nostro: tant’è vero che a Pisa si perdono per strada poco meno di sei punti percentuali e a Arezzo addirittura di più.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
