Il Tirreno

Livorno

Inedito scontro Pd-Authority «Dal partito frasi da regime»

di Juna Goti

De Filicaia contro il dirigente Motta su Facebook e l’ente portuale entra nel dibattito pre-elezioni «I funzionari pubblici non devono rendere conto a segretari di partito, succede in Paesi come la Corea»

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LIVORNO. Per la serie: se il buongiorno si vede dal mattino. A pochi mesi dalle elezioni che decideranno il sindaco, scoppia lo scontro, con parole forti e toni per la verità inusuali, tra i vertici del Pd e l’Autorità portuale di Livorno, che tra le righe finisce per dare del “coreano” a Yari De Filicaia.

Tutto nasce dalla discussione che, come abbiamo riportato ieri nella prima di cronaca del Tirreno, si è accesa pochi giorni fa su Facebook. A dare il via a un lungo dibattito è stato uno storico militante del partito, Sergio Landi, che ha scritto: «Unica cosa certa sul finire del 2013 è che il candidato sindaco si va formando fuori dal Pd in incontri e trattative private. Non si doveva partire da un altro verso?». Su Fb – vetrina virtuale di confronto che evidentemente ha forti ripercussioni fuori dallo schermo – gli rispondono in tanti. Compreso il dirigente dell’Authority Giovanni Motta, oggi vicino al Progetto per Livorno fondato dall’ex vicesindaco Cristiano Toncelli. Scrive Motta: «Non c’è speranza».

Ecco così che nel botta e risposta si inserisce il segretario comunale del Pd, Yari De Filicaia. Con un chiaro riferimento anche a Motta, De Filicaia in un passaggio del suo intervento sottolinea: «Penso che ci sia bisogno di discontinuità netta non solo politica, ma anche nella parte delle strutture amministrative. Vedo che noti dirigenti di vari enti si schierano, significa che hanno parecchio tempo disponibile e considerato come vanno le cose chiederemo conto a tutti il giorno dopo, perché sono estremamente convinto che sia finita una fase...».

Apriti cielo. Ieri mattina a rispondere con un comunicato stampa ufficiale non è stato Motta, ma la stessa Port Authority. «Fermo restando – si legge nella nota inviata da Palazzo Rosciano – che l'Autorità portuale in quanto tale rimane ovviamente estranea al contenuto politico delle affermazioni dei propri dipendenti, spiace dover rimarcare alcuni princìpi che in un ordinamento democratico non dovrebbero neanche essere oggetto di dibattito».

I vertici dell’Authority toccano tre punti. Il primo: «I dipendenti di un ente pubblico, dirigenti e non, come qualunque altro cittadino, hanno diritto di esprimere e manifestare le proprie opinioni politiche che, come è elementare, si concretizzano poi nel diritto di voto».

Secondo: «Gli stipendi dei dipendenti delle Autorità portuali, dirigenti e non, sono definiti nell'ambito di contratti collettivi nazionali di categoria, stipulati, come tutti gli altri contratti collettivi, da parti datoriali ed organizzazioni sindacali».

Terzo: «I dirigenti dell'Autorità portuale rispondono della propria attività professionale e dei propri risultati al vertice dell'ente che, è bene ricordarlo, è ente pubblico di rango nazionale vigilato dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti». Così ecco la stoccata che infiammerà questo inizio di campagna elettorale: «Il concetto secondo cui funzionari pubblici devono "rendere conto del lavoro svolto" a segretari di partito è un residuo di regimi totalitari auspicabilmente in via d'estinzione e oggi rinvenibili solo in Paesi come Corea (quella in Asia…) o realtà similari».

Sembrano venire a galla frizioni che in realtà, forse, tra Palazzo Rosciano e partito che governa la città covavano sotto la superficie da tempo. De Filicaia (come riportiamo nel testo al centro) va su tutte le furie («apprendo ora che l’Authority è un soggetto politico a tutti gli effetti, credevo dipendesse dal ministero...») e arriva a minacciare un’interpellanza al ministero...

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