Addio a Denise Cassuto, donna coraggio
Una vita intensa tra volontariato nelle zone di guerra e beneficenza. Tra un mese doveva sposarsi
LIVORNO. Era la notte del 18 agosto scorso quando tre rapinatori a volto coperto avevano fatto irruzione nella sua villa in via delle Pianacce, tra Antignano e Montenero. Lei, Denise Leghziel, 82 anni, da un anno vedova di Piero Cassuto, aveva saputo tenerli a bada, e con il suo savoir faire e la sua saggezza era riuscita a parlare con loro, uscendo indenne da un assalto che poteva essere molto più violento. Denise era così: con il suo fascino e la sua esperienza sapeva destreggiarsi nelle situazioni più difficili. Basti dire che aveva fatto la volontaria nella Guerra dei sei giorni, nel 1966, e in quella del Kippur nel 1973. Perché quando c’era da aiutare Israele, lei c’era. Signora elegante, grande intellettuale, artista ed ex presidente dell’Associazione donne ebree italiane, Denise Leghziel s’è spenta nella notte tra domenica e lunedì nella sua villa, a causa di un attacco cardiaco improvviso. Tra un mese si sarebbe dovuta sposare: sognava una nuova fase della sua intensa vita. «Aveva un’energia incredibile», dice commossa la figlia Ariela. L’altra sera, Denise aveva organizzato una cena in casa con dieci ospiti fra cui la stessa figlia e il genero Edward. Fino alle 23 era stata bene: brillante e ospitale come sempre, aveva presentato un menù ricco e chic. Poi era andata al letto, ma alle 3 s’era sentita male: nausea, debolezza e dolore al petto. E così aveva telefonato alla figlia: «Chiama il 118». Ma quando i soccorsi erano arrivati sul posto, lei era già in arresto cardiaco. Inutile la corsa in ospedale. La signora Leghziel è sempre stata una donna emancipata. Profuga dalla Libia, negli anni Cinquanta, dopo aver concluso gli studi classici, si era trasferita in Italia, in particolare a Roma, per studiare Farmacia all’università. In quegli anni, un giorno venne in Toscana con un gruppo di giovani ebrei, per una festa. E fu allora che conobbe il marito Piero Cassuto, manager del settore dell’abbigliamento (ha seguito per anni il marchio Sasch), a lungo presidente della comunità ebraica livornese e del Bene' Berith . Fu un colpo di fulmine. «Si innamorarono - racconta la figlia Ariela - e lei decise di trasferirsi a Livorno, poi seguita dalla famiglia». Chi la conosceva, la descrive come una donna meravigliosa e molto eclettica. Amava l’arte: dipingeva su ogni tipo di superficie, dalla tela alla stoffa fino al vetro. Le sue passioni erano i fiori e le poesie: nei suoi discorsi ammalianti, amava citare i versi più belli tratti dal suo bagaglio culturale. Lascia nel dolore i figli Ariela, artista, e Daniel, chirurgo estetico a Milano, la sorella Miriam, tutti i parenti e gli amici della comunità ebraica, che la ricordano con grande affetto. Oggi alle 10 ci sarà il funerale al cimitero ebraico.
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