Il presidio
Addio Crabuzza maestro del restauro di barche d’epoca
LIVORNO. Quando entravi dalla porta blu che si apriva lungo il molo Mediceo e raggiungevi la vecchia sede della Old Fashioned Boats, una sorta di opificio delle pietre dure in versione marinaresco,...
LIVORNO. Quando entravi dalla porta blu che si apriva lungo il molo Mediceo e raggiungevi la vecchia sede della Old Fashioned Boats, una sorta di opificio delle pietre dure in versione marinaresco, per un attimo avevi l’impressione di essere solo in mezzo a tanti scheletri di legno, qualcuno senza prua, altri con la poppa aperta o con lo scafo scavato fino all’anima. Poi da un angolo del capannone, magari dalla coperta di un vecchio gozzo, sbucava la sagoma di Francesco Crabuzza, capelli e barca bianca da vecchio marinaio, mani da stilista dello scafo e parlantina sbrigativa. «Nella vita sono un falegname, ma negli anni - si presentava - mi sono specializzato nel recupero di vecchie imbarcazioni d’epoca».
In questa arte era diventato talmente bravo da essere riconosciuto come uno dei massimi esperti del Paese, tanto da essere scelto una decina di anni fa, per rimettere in sesto il “Leone di Caprera”, la mitica baleniera che tra il 1880 e l’anno successivo attraversò l’Oceano per raggiungere Giuseppe Garibaldi e consegnargli le firme raccolte in Sud America. E che adesso è esposta al museo del Risorgimento di Milano.
Crabuzza, se n’è andato l’altra notte a 69 anni nel reparto di Cure palliative, dopo otto mesi di lotta con la malattia. La sua passione e la sua arte però resteranno qui, nel nuovo capannone vicino al molo 75 dove la ditta si è trasferita nel maggio di due anni fa e dove continueranno a lavorare i due figli Manfredi e Francesca e il genero Francesco.
La storia di questo artigiano del mare la racconta Gino Ciriaci, architetto, ma soprattutto amico da una vita di Crabuzza. «Chi era Francesco? Per me era un capo, un amico e un maestro. Ma era anche un algherese con la testa dura. Uno che faceva bau bau ma non mordeva perché era buono e generoso. Talmente generoso che se gli facevi un favore dovevi essere preoccupato dal modo con il quale si sarebbe sdebitato di ciò che aveva ricevuto».
A Livorno era arrivato negli anni Settanta. «Aveva sempre fatto il falegname - prosegue Ciriaci - ma inizialmente si era dedicato ad arredi e persiane. Poi decise di lasciare la Sardegna e nonostante tutti quanti gli avessero sconsigliato di trasferirsi a Livorno perché non era un posto adatto per chi aveva voglia di lavorare, lui lo face lo stesso».
Un passo alla volta la schiera dei clienti si allargò. «Venivano da tutta Italia», raccontano. «Sapeva trattare con la gente, dal principe all’ultimo degli appassionati, era questo il suo segreto».
Raccontava del suo lavoro in una delle ultime interviste al Tirreno: «Abbiamo iniziato collaborando con il cantiere Orlando, quando l'azienda provò la strada della ristrutturazione dei grandi yacht. La prima barca su fu il “Montrevel”, un'ex nave oceanografica francese che venne allungata di 10 metri e trasformata in unità da diporto. Per questa nave costruii i ponti superiori, tutti in legno di teak, poi lavorai alla serie dei “Genesis”, ma lavorai anche sulle grandi navi: feci ad esempio tutti capi di banda in legno dei due traghetti "Mega" che il cantiere costruì per la Corsica Ferries».
Ieri alla camera mortuaria è stato un lento via vai di vecchi amici che lo hanno voluto salutare. Oggi alle 14,30 è in programma il funerale nella cappella dell’ospedale.
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