Meteo
Camionista ucciso dai cani I due indagati a processo
In aula anche la moglie e il figlio di Vito Guastella, l’autotrasportatore morto il 28 febbraio 2012 nel piazzale sull’Arnaccio. Chiesti i danni alla proprietà
LIVORNO. Vincenzo Guastella ha 18 anni e un mese e gli occhi di suo padre Vito, l’autotrasportatore sbranato e ucciso da un branco di cani la mattina del 28 febbraio 2012 in un piazzale lungo l’Arnaccio, nel Comune di Collesalvetti.
Per essere presente all’udienza dove il giudice deve decidere il futuro dei due presunti responsabili della tragedia, è partito mercoledì da Alcamo, in provincia di Trapani con la mamma Vincenza, due zii e l’avvocato Antonino Sugamele. «È la prima volta che vengo a Livorno - dice l’adolescente in attesa di entrare in aula - volevamo esserci per mio padre».
Non ci sono, invece, i due indagati, Giuseppe Di Leo, 35 anni, amministratore unico e responsabile della sicurezza dell’omonima ditta di trasporti che utilizzava i due piazzali confinanti (uno in affitto e l’altro di proprietà) e Rodica Trofin che in una zona periferica del piazzale viveva da quattro anni in una roulotte e - secondo l’accusa - di fatto si occupava di nutrire e curare i cani assassini. II reato di cui dovranno rispondere entrambi è quella di omicidio colposo. Ma oltre a questo, Di Leo è indagato anche per «aver omesso di garantire che l’attività all’interno dei piazzali si svolgesse in assoluta sicurezza».
Il giudice per l’udienza preliminare Giovanni Zucconi ha impiegato meno di un’ora per accogliere la richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero Gianfranco Petralia, fissando la prima udienza al prossimo 5 di maggio.
«Oltre ai due indagati - spiega il legale della famiglia prima dell’udienza nella quale i parenti si sono costituiti parte civile - abbiamo citato anche la società di Leo srl a livello civilistico e dunque per quello che riguarda i danni nel caso in cui i due indagati venissero condannati a risarcire i parenti».
Durante il dibattimento, il pubblico ministero dovrà dimostrare al giudice «al di là di ogni ragionevole dubbio» che i due imputati erano i responsabili dei cani. Dunque che li accudissero e che permettessero loro di stare nel piazzale. «Facevano la funzione di cani da guardia, tanto che i mazzuoli trovati intorno al piazzale erano stati sistemati proprio per cacciare via gli quando si avvicinavano ai camionisti».
Contro questa interpretazione si però espresso il Tar il 4 luglio scorso quando si è dovuto esprimere sul pig-pong di responsabilità su chi dovesse accudire i cani.
Scrivono i giudici: «Si rivela un difetto di istruttoria in quanto non è dato sapere per quale ragione la ricorrente (Rodica Trofin) sia stata ritenuta proprietaria dei cani in questione, visto che le circostanze in cui avvenne la cattura fanno propendere per una natura di cani randagi».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google