Il Tirreno

Livorno

La diversità competitiva della costa

Enrico Mannari

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Bene ha fatto il direttore Roberto Bernabò a lanciare un forte grido di allarme sul presente e il futuro della costa toscana.

Il ventilato taglio dei treni e le minacce per l'aeroporto di Pisa, oltre che tutte le altre questioni sul tappeto (porto di Livorno, Acciaierie di Piombino, deindustrializzazione a Massa), rischiano davvero di marginalizzare quella che è stata ed è l'altra Toscana. E' probabile che siamo giunti ad uno di quei crocevia che decidono le sorti per i decenni futuri. Ed allora credo che occorra fare uno sforzo da parte di tutti, amministrazioni locali, associazioni di categoria, Camere di commercio, imprese, società civile che, pur nelle diverse vocazioni, costruiscano una strategia condivisa, partendo anche, ma non solo, dalle emergenze ricordate. Perché non solo? Un viaggiatore, osservatore partecipante, che percorra la costa senza dimenticare l'immediato retroterra, percepisce le potenzialità ed i valori competitivi non delocalizzabili di questi territori.

E in diversi settori, "naturalmente" mediterranei, come la logistica, le risorse e i consumi energetici, l'innovazione di processo e di prodotto per una manifattura in crisi, l'industria turistica e culturale, una coordinata "politica del mare", le filiere agroalimentari di qualità incontra esperienze significative e voglia di innovare. Ma lo stesso viaggiatore percepisce anche che si tratta spesso di realtà tutto sommato isolate, a volte contrastate proprio in quelle fasi successive da cui dovrebbe invece partire il loro irrobustimento, disseminando anche nuove competenze e opportunità nell'intero sistema territoriale. Ed allora la domanda è perché non si forniscono servizi avanzati (strutture che aiutino ad ampliare i loro mercati, a supportarli nel loro deficit di competenze di marketing, comunicazione e commercializzazione), non si migliorino le infrastrutture materiali e immateriali esistenti, creando le condizioni per nuovi esperimenti che estendano l'applicabilità dei prodotti e servizi generati sul territorio anche a realtà più tradizionali, trasversalmente rispetto ai settori di provenienza? Se è vero che la triade economia, società e territori è indispensabile per uno sviluppo inteso non come mera crescita degli indicatori economici tradizionali, allora la "costa"toscana ha un capitale "territoriale" ancora da giocare in termini di competitività. Certo che occorre promuovere gli "agenti del cambiamento", le innovazioni in qualsiasi campo hanno bisogno di un tessuto sociale e culturale favorevole. Gli interventi istituzionali (e la Regione deve fare la sua parte) dovrebbero anche favorire la conoscenza, lo scambio e lo sviluppo di nuove forme di cooperazione tra diverse realtà del territorio, da cui potrebbero scaturire nuove opportunità di sviluppo e quindi nuova capacità di attrarre investimenti.

Forse non ha tutti i torti l'economista Enrico Moretti nel suo "La nuova geografia del lavoro" quando sostiene che "nonostante il gran parlare di alta connettività e annullamento delle distanze, il luogo in cui viviamo e lavoriamo è più importante che mai" e che dunque "il segreto del successo economico risiede più che mai nelle comunità locali". Può essere un paradosso ma l'economia globale sta diventando locale. Dunque la costa deve far sentire la sua voce anche nella volontà e capacità di un impegno condiviso tra tutti i diversi soggetti, superando vecchi municipalismi e rinnovati personalismi, per mettere in campo la sua "diversità" competitiva.

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