Il presidio
L’Aurelia killer larga quanto una via di quartiere
Su quel rettilineo d’asfalto una lunga striscia di lutti ma la strada è rimasta uguale a quella di cinquant’anni fa
LIVORNO. Bisogna aspettare il morto perché s’intervenga? No, non basta neanche quello: sulla statale Aurelia, nei tre chilometri di rettilineo che costeggiano Camp Darby, di sangue ne è stato versato anche troppo: e non parliamo solo di quello dei due militari poco più che ventenni finiti contro un camion di lastre di marmo.
Nel luglio di tre anni fa un ragazzo di 21 anni muore nell’auto contro un pino: anche la zia era morta in un incideente sullo stesso vialone 18 anni prima. Ma è anche la stessa fine che cinque anni prima, alla vigilia del giorno dei morti, tocca a un settantenne a bordo di un Suzuki. Nell’inverno 2003 a distanza di poche settimane, muoiono prima un quarantaduenne d Altopascio tamponato da un Suv e un ultrasettantenne di Borgo Cappuccini che si schianta contro un albero, in entrambi i casi nella notte. Tre anni prima, d’agosto, un ex maresciallo dei carabinieri in pensione viene travolto davanti a Camp Darby mentre passa in sella alla sua bici.
La scia di lutti è talmente impressionante da togliere il fiato. Eppure cosa è stato fatto? Nient’altro che il semaforo al crocevia con la statale 67bis e un cartello-portale che strilla: «attenzione intersezione pericolosa a 200 metri». Poi nulla.
È vero che anche sull’asfalto di quell’incrocio – a poche centinaia di metri di distanza – è stato sparso tanto sangue, a cominciare dalla tragica fine di un giovane rugbista labronico di 23 anni nell’agosto 2008. Ma gli incidenti mortali si sono susseguiti soprattutto sul rettilineo che arriva fino al cavalcaferrovia.
E per tutti questi morti? Pressoché niente. Anzi, niente di niente. Soprattutto se pensiamo che, secondo un dossier viabilistico della Provincia di Pisa (però di dieci anni fa), in quel, tratto di Aurelia si conta ogni giorno un flusso di quasi 12mila veicoli, 1.440 dei quali sono camion.
Ma da allora il pendolarismo Livorno-Pisa è quasi raddoppiato. Ma ve l’immaginate cosa accadrà quando, fra qualche mese, l’Ikea diventerà il più formidabile attrattore di traffico di questa zona?
Il problema è sempre quello: l’infrastruttura stradale fra Livorno e Pisa – dal cimiterino di Stagno fino alla rotatoria sotto la bretella di Pisa Ovest – è rimasto lo stesso da cinquant’anni anche se il flusso di traffico si è moltiplicato quasi per dieci.
Non solo: per quasi tutto il tratto fino alle porte di Pisa la strada, a dispetto del roboante nome di “statale 1” è una striscia d’asfalto di larghezza del tutto insufficiente. Meno della provinciale per Nugola, meno di viale Risorgimento, meno di via Toscana in Coteto. È come se la strettoia di via Mondolfi all’Ardenza fosse lunga chilometri: ma nessuno si sognerebbe di farne il collegamento principale fra due città con un bacino che vale un intorno di 300mila abitanti.
Non ci vuol molto a capire che, se la carreggiata è larga a malapena 7 metri, basta l’errore di un istante per finire la corsa o contro chi arriva in senso inverso (e anche se si rispettassero i limiti, sommando le velocità sarebbe pur sempre un impatto a 140 all’ora) o contro uno dei 203 pini. Avete notato quanti di essi sono scortecciati dagli urti?
Gli amici di Simone Talani, morto su questo vialone killer, hanno raccolto 1.500 firme: per chiedere che una buona volta si affronti il problema della pericolosità di questa strada. Ma finora è stato come parlare al muro (di gomma).
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