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E domani è di scena la Terrazza chic che inventò il cinema
Era la Gardaland di fine Ottocento e stregò i fratelli Lumiere Eppure non c’era ancora la distesa di mattonelle e balaustre
LIVORNO. L'obiettivo del fotografo Fabio Muzzi ci porterà domani a fissare lo sguardo sulla Terrazza Mascagni: arriva a quasi un secolo di distanza da quando nel 1830 Livorno si “inventa” il lungomare, eppure ne è diventata l'elemento-chiave. Non solo nell'urbanistica ma soprattutto nell'immaginario collettivo: basterebbe andarsi a sfogliare gli album delle foto da matrimonio che per anni hanno insistito sul gazebo come simbolo di una età dell'oro un po' Belle Epoque un po' chissà cosa.
Il gazebo nella foto di domani vi farà tornare con la memoria a inizio anni ’30: fra il nuovo ospedale di viale Alfieri e il nuovo stadio. Sono i Ciano, che possono contare sul filo direttissimo con Mussolini grazie al matrimonio del figlio di Costanzo con la figlia del Duce, ad avere in mano le leve decisionali per costruire a suon di opere pubbliche (e populismo fascista) la loro formidabile macchina di consenso qui in città.
Bisogna cogliere la palla al balzo per dire che il gazebo porta la firma di Ghino Venturi. In quegli anni è lui il progettista principe a Livorno sotto l’ala della famiglia Ciano: firma anche l’ospedale, blocchi di case popolari (periferia nord), colonie marine (Calambrone).
Ma il gazebo che vedete anche nella nostra foto in edicola gratis domani non è quello di ottant’anni fa: distrutto dai bombardamenti bellici, l’hanno ricostruito alla fine degli anni ’90 come ciliegina sulla torta del restyling che ha portato le palme sul lungomare. Ricostruito tale e quale: e qui si potrebbe stare a dissertare a lungo quanto sia opportuno, rigoroso e corretto ricostruire le architetture ricopiandole esattamente com’erano, ma alla fine l’ha avuta vinta una idea di lungomare che sogna di tornare ai fasti d’anteguerra (e l’ “affetto” con cui la gente ha accolto il gazebo-bis gli ha dato ragione).
Curioso è rilevare semmai che il cuore del lungomare – la Terrazza, che dal ’50 viene ribattezzata nel nome di Mascagni per cancellare la propaganda del Ventennio – non porta griffe illustri né materiali chic: il marchio di fabbrica della Terrazza sono le balaustre con le colonnette tondeggianti e il pavimento bicolore. Tanto le une come l’altro sono di materiali poveri. E il progettista è, alla metà degli anni venti, l’ingegnere-capo del Comune, Enrico Salvais. Un po’ quel che è accaduto qualche anno prima con Angiolo Badaloni, che firma il liberty delle Acque della Salute così come il Mercato centrale e alcune scuole.
Non è per un’idea bislacca che qui ha messo radici, almeno per 6-7 mesi all’anno, il salotto buono della città, il passeggio dello “struscio”: è come se il centro si svuotasse e emigrasse sul mare perché non esiste popolo più affezionato di noi al tuffo in acqua. La riprova? Si pensi al tuffo di Capodanno nelle acque gelide: è a Livorno uno dei gruppi più numerosi d’Italia.
Non è un’idea bislacca perché, a dirla tutta, prima ancora che ne facessero la Terrazza Mascagni che conosciamo, qui era la “Gardaland” del tempo che fu: non esageriamo, niente “Blue tornado”, niente “Colorado boat” né “Space vertigo”. Ma era il parco dei divertimenti che offriva svaghi nella Livorno in bilico fra la fine dell’Ottocento e il secolo successivo. Abbastanza in grado – sia come apertura di cervello che come quattrini in tasca – di cogliere al volo anche novità che avrebbero radicalmente cambiato il modo di divertirsi: non è affatto casuale ogni riferimento al cinema. Figurarsi che i fratelli Lumiere, dopo aver stregato Parigi con il loro inconsueto spettacolo di immagini in movimento, per esportarlo poi in Italia sceglieranno come debutto Livorno. E segnatamente la Terrazza Mascagni: anzi, l’Eden come si chiamava, il parco degli svaghi.
Era la Spianata dei Cavalleggeri perché era uno dei punti che lungo la costa erano stati attrezzati dai granduchi per tenere gli occhi puntati in mare contro la minaccia dei pirati. Ma nell’estate 1896 già da mezzo secolo si era definita una nuova identità di questa striscia di città: l’uno dopo l’altro, erano nati gli stabilimenti balneari. Compresi i Pancaldi, lì a un passo. E, alle spalle, non solo il Grand Hotel Palazzo. Anche la palazzina Zalum: che c’è ancora e ospita il Credem. Anche la villa Queirolo: che non c’è più ed è stata sostituita da un anonimo palazzone. E questa è la solita storia.
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