Il Tirreno

Livorno

«Fabbrichiamo siluri ma punteremo sul civile»

di Mauro Zucchelli
«Fabbrichiamo siluri ma punteremo sul civile»

Franzoni: è una scelta industriale necessaria se vogliamo far crescere l’azienda Dall’high tech militare nasceranno prodotti per vigilanza sub e tutela ambientale

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LIVORNO. «Lo so benissimo che non produciamo cioccolatini: però se dico che vogliamo puntare anche sul settore civile non è per fare pubbliche relazioni. Lo dico da amministratore delegato, è una scelta industriale strategica». Parola di Alessandro Franzoni, l'ingegnere – per la prima volta un livornese – chiamato al timone della Wass, che nello stabilimento di via del Levante concentra gran parte dei propri 450 dipendenti (nell'altra sede a Pozzuoli ce ne sono un'ottantina): è una delle principali fabbriche di siluri al mondo. È l'ex Whitehead ora sotto l'ombrello di Finmeccanica, il gigante dell’industria pubblica decapitato a più riprese per i contraccolpi di inchieste giudiziarie

Al cronista che gli ricorda i precedenti annunci da parte di Wass riguardo a questo genere di svolta, Franzoni squaderna una analisi del settore delle produzioni belliche per accreditare che «non lo faccio per mettere qualche fiocchettino, lo faccio per dare una prospettiva di sviluppo a una azienda che ha bisogno di crescere d'un 30%». L'idea di fondo è semplice: «I nostri clienti sono le Marine militari e, fra gli stati che ridurranno le spese e quelli che invece contano di ampliare per acquisire un ruolo geostrategico internazionale più marcato, si può prevedere che il nostro mercato resti grossomodo stazionario su un orizzonte più o meno lungo». Franzoni mette sul tavolo una doppia carta da giocare: «Da un lato, abbiamo la necessità di crescere e dunque trovare nuovi sbocchi. Dall'altro, siamo fra i più bravi in tutta una serie di tecnologie di altissimo livello nel settore subacqueo: fanno parte del nostro mestiere quando produciamo siluri e quando, all'opposto, realizziamo le contromisure anti-siluro».

Parliamo di quel che significa rilevare, tramite i rumori captati da sonar, qualsiasi bersaglio o, viceversa, qualsiasi minaccia voglia farti diventare un bersaglio: vale per i sistemi di sorveglianza subacquea di navi da crociera o piattaforme petrolifere ma anche, su scala inferiore, i grandi yacht chic di fronte al rischio di urto contro ostacoli semisommersi.

Qualcosa del genere vale anche per il V-Fides, un drone «utilizzabile – dice Franzoni – per il monitoraggio sottomarino anti-inquinamento o per salvaguardare siti archeologici in fondo al mare o per recuperare o esplorare abissi».

Ma questo sarà il dopodomani, l’oggi è nel segno di produzioni belliche. «I siluri sono siluri ma le chiamerei semmai produzioni militari», puntualizza Franzoni: «In realtà, i siluri si dividono in due tipi: quelli da guerra e quelli da addestramento. I primi hanno la carica esplosiva mentre gli altri sono equipaggiati con una sorta di "scatola nera" che ne fa analizzare poi traiettoria e comportamento in mare durante le esercitazioni». Sia chiaro, i clienti chiedono anche i siluri “veri”, mica solo quelli da addestramento: «Ma – ribatte l’amministratore delegato – servono prima di tutto come deterrente: ci si difende facendo sapere che si hanno».

Uno degli elementi-chiave del siluro – spiega Franzoni – è l’apparato che dà energia al propulsore. Dev’essere potente per garantire una lunga autonomia e una certa velocità (segreta ma sopra i 50 nodi), dev’essere silenzioso per non essere facilmente “ascoltabi- le”. «Stiamo studiando una pila che utilizza celle d’argento: lo facciamo con mondi in parte nostri e in parte della Difesa. Russi e americani avevano snobbato questa tecnologia, ma ora stanno ripensandoci: segno che abbiamo visto più lontano noi, e avere in mano una tecnologia di punta significa anche potersi sedere da una posizione di forza al tavolo di eventuali accordi internazionali».

Per la nuova pila sono previsti test nel bunker di Aulla il prossimo anno, invece per la batteria sono già state fatte una dozzina di prove in mare.

Lo stabilimento Wass progetta e poi assembla i componenti dei siluri: in mezzo c’è la realizzazione dei singoli pezzi, decentrata in una galassia di fornitori. Con quale rapporto rispetto alle imprese del territorio? «È senz’altro rilevante, – risponde Franzoni – ma sarebbe opportuno fare ancora altri passi in avanti. A patto che si capisca bene un aspetto: forse non importa tanto che costi un euro in meno ma è assolutamente fondamentale che tempi e qualità siano al massimissimo livello, anche perché i nostri volumi produttivi sono limitati. Serve più integrazione: qualcuno di loro da noi nella progettazione, qualcuno di noi da loro nella costruzione. O ci si integra bene o essere a 5 o 500 km fa poca differenza».

L’ultima sottolineatura riguarda le prospettive, anche in termini occupazionali. «Abbiamo davanti a noi 12-18 mesi di transizione: serve prima di tutto consolidarsi perché negli ultimi anni sono arrivati meno ordinativi. Però mi interessa che, magari con il contagocce, l’arrivo di energie giovani non si fermi del tutto».

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