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Livorno

Nardi: «Sulla graticola io? Il risiko politico resti fuori»

di Mauro Zucchelli
Nardi: «Sulla graticola io? Il risiko politico resti fuori»

Il futuro consiglio rischia di spaccarsi a metà («e qui non si governa col 51%») E sui segnali dal centrodestra: «Fare il sindaco non è il mio mestiere»

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LIVORNO. C'è il rischio che il nuovo consiglio della Camera di commercio, del quale è in corso l'ingarbugliato iter di nomina, sia spaccato in due metà contrapposte: insomma, la maggioranza si raggiunge con il quindicesimo seggio ed «è sufficiente a eleggere un presidente ma dubito che basti a dare autorevolezza e forza al governo dell'ente camerale». Le parole di Roberto Nardi, presidente della Camera di commercio dal maggio 2002 (e vicepresidente dal '97), devono prendere atto del fatto che la Cna rivendica di aver cucito un fronte che, all'alleanza con la Lega Coop, unisce l'apparentamento con la Confesercenti, gli spedizionieri Spedimar e gli agricoltori (13 seggi sui 25 che spettano alle imprese, poi ne tocca uno a testa a sindacati, consumatori e professionisti). E l'ha fatto mettendo nero su bianco l'apertura a «altre candidature di valore anche se queste provenissero da altre associazioni e dovessero comportare una discontinuità con il presente».

Ovvio che chiunque l'abbia letto come il via libera a Sergio Costalli, 61 anni, una carriera prima ai vertici di Unicoop Tirreno e poi nei consigli d'amministrazione di Unipol, Fondiaria-Sai e Igd (l'immobiliare delle Coop). In rotta di collisione contro Nardi: e non è la prima volta, visto che già cinque anni fa era stato fatto un cauto tentativo esplorativo di far inciampare l'attuale presidente e sostituirlo con il manager del mondo cooperativo “rosso”.

Presidente Nardi, lei ha già fatto due mandati e mezzo…

«Ma posso ricandidarmi, lo prevede la riforma. Il sistema associativo non ha a che fare con logiche politiche quanto piuttosto con le associazioni di categoria che in nome della propria corporazione scelgono da chi ritengono più opportuno farsi rappresentare e, per questa via, arrivare a un interesse generale. Dunque, non c'è un diritto divino: sono riconfermabile se qualche realtà associativa mi nomina nel consiglio e se il consiglio poi mi elegge…».

Anche se la nomina, per lei che è stato presidente della Cna, venisse da altre associazioni?

«Accetterei di essere designato in nome di una visione d'insieme che veda nella Camera di commercio il puzzle degli interessi complessivi delle categorie, nessuna esclusa».

Proviamo a tradurre: ok anche se non fosse la Cna?

«Mi sembra di averle risposto: la Cna deciderà cosa vuol fare. Giudico deleterie le operazioni di potere o i maldestri tentativi di egemonia. La decisione sarà presa entro metà ottobre, ben oltre i sei mesi di preavviso che avevo chiesto: questo ente non è un trastullo di buontemponi, è un ente pubblico di Stato».

Siamo di nuovo alle grandi manovre: la roulette delle poltronissime nelle istituzioni ricomincia, esattamente come 11 anni fa, dalla Camera di commercio. Con il blitz dell'indicazione di Bruno Lenzi per l'Authority che scompaginò i giochi a Livorno…

«Ma quella decisione non è stata una imposizione di Nardi: lo confermano i verbali che è stata una scelta unanime, anzi corale: non ero il maresciallo Tito di un consiglio tipo Jugoslavia anni '50. Mi preoccupa che qualcuno possa immaginare l'ente camerale ostaggio delle diatribe politiche o preso nel mezzo del tiro incrociato fra settori politici. Vorrei che la politica si concentrasse sulle istanze che sono proprie. Non lo dico perché snobbo la politica, al contrario».

Ri-traduciamo: lei pensa che per quella designazione di Lenzi gliel'abbiano giura- ta…

«Penso che in questa città dove si personifica tutto perché così tutti gli altri possono autoassolversi: è la città che prima cerca il capro espiatorio e poi si mette in coda a cantare le lodi al salvatore…».

Il cuore dell'alleanza che potrebbe mandarla a casa è nell'asse fra Cna e Lega Coop, tandem ritroviamo sul fronte dei lavori per il nuovo ospedale. Quest'ultimo, quanto c'entra con le grandi manovre (e i grandi scontri) sulla Camera di commercio?

«Direi niente, è un qualcosa che sta fuori dalla portata del nostro ente. Semmai c'è da tener presente che il nuovo ospedale può essere un grosso volano per rimettere in moto l'economia. Non accade sempre così? Iniezioni di edilizia per far ripartire la circolazione del "sangue" nelle arterie dell'economia. Certo che all'inizio siamo ancora nell'ambito dell'economia sussidiata: ma la nuova struttura sarebbe stata un volano ancor più rilevante se si fossero messe davvero in campo le idee per il riutilizzo di quello vecchio».

Lei sembra volersi raffigurare in una sorta di ruolo da outsider, fuori dalla nomenclatura del ceto di governo cittadino.

«Mi sono visto più come manager pubblico che come soggetto legato a un vincolo di mandato selezionato con criteri politici. Non li demonizzo, dico anzi che dove non c'è politica non c'è civiltà. Ma la Camera di commercio è altra cosa rispetto al Comune e alla Provincia: ce lo vogliamo ricordare che hanno un ordinamento assai differente?».

Ricordiamocelo, ma in realtà lei sembra aver giocato spesso a rompere il fronte delle istituzioni locali: sull'Authority sì ma anche su Effetto Venezia…

«E dàgli all'Authority: mica stiamo parlando di una bocciofila del paese, io non baratto l'autonomia dell'ente né interpreto il ruolo semplicemente accodando la Camera di commercio a quello dello spartito che gli altri hanno deciso che vada suonato».

E su Effetto Venezia…

«In parte le ho già risposto, ma voglio allargare il campo: qui è in gioco cosa ne facciamo dei soldi. Ecco nel 2001 prima che arrivassi al timone della Camera di commercio avevamo a disposizione l'equivalente di 650mila euro da offrire all'economia del territorio, negli ultimi anni siano su standard quattro volte superiori. Sto parlando dell'interporto e dell'aeroporto all'Elba, della complicata gestione della Porto 2000, del sostegno all'internazionalizzazione, delle missioni all'estero e del supporto a realtà come Toscana Spazio che produrrà a breve un meeting faccia a faccia con il Giappone che è interessato alle nostre imprese che operano nello spazio. E lo facciamo su un bilancio da 9-10 milioni all'anno. Siamo l'unico ente che nell'ultimo anno ha diminuito le tasse alle imprese…».

Lo ammetterà, stiamo parlando di quantità simboli- che…

«Sì, ma era un segnale importante da dare».

E adesso appare insistito il corteggiamento da parte del centrodestra, in particolare di Matteoli, nei suoi riguardi: la troveremo alla testa delle armate che vogliono espugnare il Palazzo "rosso" alle prossime elezioni?

«Al di là delle attestazioni di stima che non guastano agli occhi di chi le riceve, in realtà nessuno mi ha chiesto di candidarmi per il centrodestra. Ovviamente, aggiungo io. Ognuno deve fare il mestiere che sa fare: probabile che non saprei fare gli atti di fede che sono necessari. Qui alla Cciaa non li ho fatti e di sicuro non li farei per un partito».

Vedo che lei parla di "centrodestra" e di "partito": e se invece parlassimo di "lista civica"?

«Non mi piace essere strumento di nessuno. Ho orrore di alcune categorie di persone: i sicari, i reggi-tonaca e i leccapiedi. Forse quando sono diventato presidente della Camera di commercio qualcuno della Cna, l'organizzazione che ho guidato per tanti anni, forse si immaginava che avrei continuato a farer gli interessi della Cna sedendo al vertice di una istituzione: non funziona così, almeno per me. In casa mia, mi hanno cresciuto dicendo che prima si servono gli ospiti e poi noi della famiglia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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