Il presidio
La diocesi dà lo sfratto alla casa-accoglienza
I volontari: non è solo un tetto e quattro mura, nel silenzio e nella gratuità è nata una “famiglia allargata” fatta di persone, non di categorie da assistere
LIVORNO. Il vescovo Simone Giusti ha deciso di chiedere all'associazione Ceis Tre Ponti la restituzione della casa di via Civinini, che dagli anni '90 ospita una casa accoglienza che ha dato qualcosa di più di un tetto e un sorriso – la dignità, il senso di essere “a casa”, nella propria “casa” – a tante persone in difficoltà: malati terminali, ragazze madri, emarginati, immigrati (ma «guardandoli come persone anziché come categorie di disagio»).
L'hanno fondata don Luigi Zoppi, straordinaria figura di prete-coraggio salesiano oggi ottantatreenne (dal ’76 al fianco di tossicodipendenti e malati di Aids), e don Emilio Trotta (che nella casa ai Tre Ponti è morto nel gennaio di due anni fa), su mandato di monsignor Alberto Ablondi, che ha dato all'associazione l'edificio in comodato gratuito: lo aveva avuto dalla vedova del dottor Talentoni, medico antignanese, come lascito testamentario alla curia. Anzi, allo Ieramg, un istituto diocesano che si occupa di «educazione religiosa e assistenza morale della gioventù». Ma con un vincolo: destinarlo a opere caritative. Esplicitamente viene suggerito di farne un'opera per anziani ma, casomai non fosse possibile, comunque interventi di apostolato e evangelizzazione «a gloria di Dio».
Adesso, a distanza di più di vent'anni e di una infinità di storie umane, è arrivato lo sfratto. Magari con un certo margine di tempo: i volontari possono rimanere lì fino a fine agosto 2015, la data in cui scadrà il comodato gratuito finora rinnovato di volta in volta senza sussulti. La diocesi lo richiede perché è impegnata a rimettere in sesto i propri conti vendendo una serie di proprietà e, come riportiamo a parte, sottolinea di aver offerto una soluzione alternativa per far continuare il servizio.
Cosa hanno da dire i diretti protagonisti del caso, l'associazione Ceis Tre Ponti? In realtà, di fronte al taccuino dei cronista i volontari sono un po' perplessi: «A noi interessa difendere il senso di una esperienza, non agitare polemiche sul giornale. Siamo sempre stati sotto traccia perché abbiamo pensato che solo così si potesse creare una “casa” vera, insomma qualcosa di più umanamente coinvolgente d'un servizio erogato da un tot di operatori che prestano la loro opera a una certa categoria di assistiti».
A parlare è il direttivo dell’associazione (Stefania Menichetti, Francesca Rosaspina, Fabrizia Marsiglia e Cosimo Valente): «Qui, secondo lo stile che abbiamo imparato da don Gigi, non c'è confine: siamo tutti persone, ciascuno con i propri guai, la propria gioia, la propria voglia di vivere, la propria identità a condividere una storia. In modo del tutto gratuito. Com’è in una famiglia vera. E come una famiglia vera vogliamo parlarne a tu per tu con il nostro vescovo: invece finora la questione è stata trattata in modo burocratico». E aggiungono: «Quasi come se fosse roba da avvocati più che da membri di una stessa famiglia. Una questione di metri cubi e volumetrie prima che di persone in carne e ossa».
I volontari insistono su una distinzione netta: «Non la vogliamo mettere sul terreno del valore commerciale perché, al contrario, qui il clima è quello della gratuità. Ma , se davvero vogliamo guardarla come muri e valori commerciali, allora bisognerebbe ricordare che abbiamo avuto una casa che era solo un pian terreno e abbiamo costruito il piano superiore, raddoppiando gli spazi».
Il vincolo di destinazione sociale? All’associazione riferiscono che gli è stato detto che è prossimo alla scadenza. Ma non è sul fronte della guerra giuridica che si muovono: la logica è quella «del solidarismo, della condivisione e della gratuità». Dev’esser per questo che Valente, Rosaspina, Marsiglia e Menichetti tengono a ribadire che «questa casa non è quattro mura e un tetto bensì una famiglia allargata. Di più: l’effetto moltiplicatore che la testimonianza di una “fami- glia” accogliente ha su quanto le sta attorno: «Ci siamo trovati con borsine piene di sciacchiata o di pasta o di frutta lasciate agganciate al cancello come aiuto di chi non voleva nemmeno esser ringraziato, ci siamo trovati a tremare per qualche bolletta e poi miracolosamente arrivava nella buca delle lettere una busta con i soldi per pagarla».
I volontari non ci stanno alla controproposta della curia: il trasferimento in altri locali. «Lo ripetiamo: questa è una casa, non un tetto purchessìa. L’alternativa è al Picchianti: non è adatta, e poi ci farebbero pagare l’affitto, mentre ora gratis abbiamo avuto la casa e gratis la diamo, a costo zero per la curia».
Adesso si sentono un po’ sbatacchiati di fronte al cronista: «Abbiamo sempre scelto la strada del silenzio. È stato il modo per garantire a chi è qui la possibilità di non sentirsi etichettato come caso sociale, come oggetto dell’assistenza pubblica o della carità religiosa. Ma là fuori c’è un bel pezzo di città che sa di poter contare su questo spazio di condivisione».
Dicono che problemi simili sono capitati ad altre realtà che vivono in terra di frontiera: cristiani impegnati ma, al tempo stesso, fuori dal recinto delle organizzazioni ecclesiali. Anzi, proprio la mancata accettazione di una sorta di ombrello ufficiale della Chiesa – affermano – ha aggiunto guai su guai. «Macché lontani dalla Chiesa, molti di noi sono impegnati in varie realtà ecclesiale: è l’associazione a non sentirsi un braccio operativo della Chiesa né a voler rientrare in una concezione della Chiesa come una piramide in cui si decide tutto dall’alto. Ma questa autonomia non è un volersene stare distanti o un disvalore: anzi, in servizi delicati come quelli dell’accoglienza “difficile” è servita anche a tutelare la Chiesa dal finire coinvolta».
L’ultima sottolineatura? Riguarda «quel che ci fa più male». La risposta dei volontari: «Ci siamo sentiti dire: se volete fare come vi pare andate a farlo a casa vostra. Ma è questa casa nostra».
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