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cronaca

Il commento / Quella nave e il peso del riscatto


16 settembre 2013 di Roberto Bernabò


Ha racchiuso in sé il peggio dell'Italia. La codardia, la furbizia, l'irresponsabilità. L'Italia un po' cialtrona e un po' improvvisata. Una sciagura - umana e materiale - diventata fotografia di un Paese malato. Così quella notte del 13 gennaio 2012 è passata alla storia. La notte in cui chi comandava la Concordia era in altre faccende affaccendato, chi gli stava accanto colpevolmente silenzioso, chi da lontano doveva aiutarlo probabilmente irretito dai pensieri su quanti danni - d'immagine ed economici - quella tragedia avrebbe prodotto.

Domani, venti mesi dopo, meteo permettendo (lo sapremo oggi alle 14 se sarà necessario un breve slittamento), la Concordia proverà a rialzarsi dalla sua caduta tanto imbarazzante quanto drammatica. È quanto tutti speriamo, incrociando il possibile e l'impossibile. Perché sarà il giorno in cui l'uomo dovrà dimostrare altre qualità: l'ingegno, la costanza, il coraggio, la professionalità, la responsabilità. Una sorta di genialità del bene chiamata a spazzar via quella del male. Un giorno di riscatto collettivo attraverso un'impresa mai tentata prima che libererà il Giglio di una carcassa ingombrante e pericolosa. Che farà accadere qui ciò che non è avvenuto in altri mari, pieni di navi alla deriva, di autentici cimiteri di veleni, come abbiamo documentato giovedì scorso.

Insomma, che l’ammiraglia della Costa torni in linea e si avvii l’ultima, delicatissima, fase di lavori per riportarla a galleggiare e trasferire in un porto, ha dentro di sè tutto per essere un simbolo di parziale riscatto per il Paese. Ci sono meriti – e demeriti che vedremo più avanti – in questa storia che vanno infatti segnalati. Intanto c’è stata una volontà collettiva, espressa con una forza incredibile dalla comunità del Giglio e dai suoi amministratori: la richiesta che quella nave venisse rimossa presto e bene, che l’isola tornasse alla sua vita di prima. Con l’obbiettivo fondamentale di tutelare quello straordinario gioiello che è l’Arcipelago.

E tutta la politica – da quella regionale a quella nazionale – è stata capace di tradurla in una pressione senza tentennamenti sul gruppo Carnival, la potentissima compagnia americana che controlla la Costa. Così, si è messo subito mano alla gestione dell’emergenza – eliminando il rischio dello sversamento del carburante – e poi alla progettazione del recupero. Tutto a carico dei privati, ovviamente. Era difficile, certo, che Carnival si potesse sottrarre, che giocasse a perdere tempo e coinvolgere lo Stato: troppo pesante la sciagura della Concordia per il suo brand e per tutto il traffico delle crociere. Ma non le è stato dato neppure spazio per vie di fuga e non l’ha sostanzialmente cercato: dunque con un investimento di 600 milioni, un progetto di recupero scelto senza badare a spese e facendo attenzione massima all’ambiente (da qui l’esclusione subito del sezionamento sul posto), eccoci ad oggi, al giorno del “parbuckling”, della rotazione del transatlantico. Un’operazione fatta e finanziata dai privati, e sorvegliata dalla Protezione civile insieme a un Osservatorio di altre strutture pubbliche, a cominciare da quelle regionali.

E’ un ingranaggio che ha funzionato, visto che i ritardi sulla tabella di marcia originaria non possono non essere considerati fisiologici. Insomma di un modello di collaborazione che ha visto il privato mettere mano al portafoglio e gestire i lavori e lo Stato vigilare con costanza ma con velocità, offrendo il supporto di alcune strutture specifiche (come quelle per il controllo ambientale). Ecco in qualche passaggio di questo percorso – e qui viene il capitolo “demeriti” che meriterà una riflessione – si è avuta l’impressione che si siano ridotti al minimo i “visti” pubblici fidando sul fatto che Costa aveva scelto comunque il progetto più costoso. Così, ad esempio, è stato escluso dalla valutazione dei lavori il Consiglio superiore dei lavori pubblici; e si sono avvertite polemiche sotto traccia tra Protezione civile, ministero dell’Ambiente e ministero dei Lavori pubblici. Insomma, il faro è stato che solo con poco Stato si può fare presto e bene.

Ecco su questo modello di relazione occorrerà una riflessione seria, fuor da interessi di piccolo cabotaggio ministeriale, per strutturare un Paese che sappia agire, nella normalità, dentro un percorso fatto di regole, responsabilità e bilanciamenti ben definiti che consentano comunque efficacia ed efficienza. Con trepidazione vivremo il giorno del “Torni su Concordia”. E sarà – augurandoci davvero che vada tutto bene - un momento complessivamente di riscatto. Dal quale trarre lezione e metodo. Anche se non riuscirà a controbilanciare con altrettanti valori simbolici positivi quella terribile e notte del “Torni a bordo, cazzo”.
 

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