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La regia del bene comune
Tre anni sono passati dalla morte di mons. Ablondi, un distacco vissuto e celebrato allora da una città partecipe e commossa: cosa è rimasto di quella testimonianza? - L'ARTICOLO
Tre anni sono passati dalla morte di mons. Ablondi, un distacco vissuto e celebrato allora da una città partecipe e commossa: cosa è rimasto di quella testimonianza? In particolare, per quanto riguarda la nostra città, cosa continua ad insegnarci Ablondi oggi?
Certamente ognuno potrebbe rispondere sottolineando il proprio punto di vista, traendo spunto dalla conoscenza che ne ha avuto o dalle esperienze che con lui ha condiviso. Tra le tante possibili, vorrei sottolineare l'aspirazione di Ablondi a contribuire alla edificazione della comunità (non soltanto religiosa), promuovendo l'apporto di ciascuno alla costruzione del bene comune. Il Vescovo Alberto era profondamente convinto della bontà della persona, di ciascuna persona, ed era al contempo convinto che sia lo Spirito a guidare verso il bene la storia degli uomini. Per questo incoraggiava ogni iniziativa che gli veniva proposta, cercando di indirizzarla verso il bene ma al contempo non aspirando a farsene protagonista: in altre parole, sapeva essere il "regista" della comunità più che volerne interpretare il ruolo di attore protagonista.
Da qui la sua insistenza sul dialogo: è soltanto attraverso di esso, Egli diceva, che la parola diventa mediazione che rivela la verità e provoca la crescita. Il contrario del proselitismo, "che del dialogo costituisce la degenerazione, una sorta di patologia, perché impoverisce e priva la parola della sua azione fecondante". E da qui anche il suo non appariscente ma tenace incoraggiamento a chi intendeva sperimentare strade nuove nella città e per la città: penso ad esempio all'esperienza del Villaggio scolastico di Corea promosso da don Nesi, come alla Casa per malati terminali di Aids di don Gigi Zoppi ai Tre ponti, come pure a tantissime altre esperienze che sono nate dall'iniziativa spontanea di realtà vive e che grazie a questa loro origine hanno avuto la possibilità di svilupparsi e produrre frutti duraturi. Di fronte ad esperienze come queste ricordo, per averle ascoltate direttamente, le parole di Ablondi: "Se sono frutto dello Spirito cresceranno e si svilupperanno, guai a me se frapponessi ostacoli!".
Questa è la testimonianza del Vescovo Alberto che mi piace richiamare, perché credo che Livorno ne possa fare tesoro per l'oggi: ognuno, nel proprio ruolo, è chiamato ad essere protagonista di cambiamento (e chi è giovane in modo particolare); mentre chi ha responsabilità pubbliche deve sostenere, facilitare, creare le condizioni favorevoli, promuovere, valorizzare chi ha idee e voglia di mettersi al servizio del prossimo. C'è una frase che sintetizza questo stile, che è stato di Ablondi e che potrebbe essere messaggio per l'oggi. "Per fare dialogo - Egli scrisse - bisogna entrare nella vita dell'altro scalzandosi, come Mosè che si scalza di fronte al roveto. Come dice il poeta: "Entro nella tua vita, come si entra in una chiesa nei campi, semplice e disadorna. Senza nulla cercare, cautamente presente". Ablondi è stato "cautamente presente" sempre, per far crescere la comunità ed orientarla al bene comune.
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