Il presidio
«Stanno smantellando le ex Ceramiche»
L’accusa dei sindacati: aspettavamo un compratore e scopriamo che stanno vendendo i macchinari alla concorrenza
LIVORNO. «Neanche un mese fa ci avevano giurato di essere alla ricerca di investitori interessati a rilevare la nostra attività. E invece da un giorno all’altro scopriamo che vogliono smantellare tutto, vendere i macchinari, cancellare completamente il sito produttivo. Questo non lo permetteremo e siamo pronti a qualsiasi tipo di lotta affinché neanche un bullone esca dal nostro stabilimento». L’urlo che da via Fabio Filzi, cuore storico dell’ex Ginori diventata negli anni Ceramiche Industriali e ora Ceramic Insulator Livorno, arriva alle orecchie del vicesindaco Picchi nel secondo pomeriggio, pochi minuti prima che inizi il consiglio comunale, è un urlo carico di rabbia e di dolore.
A sprigionarlo sono 36 famiglie livornesi, che da un anno vivono nel dramma della cassa integrazione, prima quella ordinaria, con la sua dose di speranza perché l’azienda ufficialmente si era fermata per riorganizzarsi, per rendersi competitiva ai mercati, per ripartire, poi da marzo quella straordinaria, perché l’azienda allora aveva detto chiaramente che della produzione made in Livorno non gli interessava più nulla, «a causa di costi elevati, forte concorrenza e calo dei volumi del mercato».
Ma i lavoratori delle ex Ceramiche hanno continuato a sperare e lottare, a credere che potesse esserci uno sbocco, magari con un’altra proprietà, o magari con un piano industriale fatto di sacrifici per loro ma anche per gli azionisti della veneta Coelme che controlla la Cil.
E invece tra lunedì e martedì l’ultima bastonata, la scoperta che dall’altra parte della barricata, di dare un futuro lavorativo a quelle famiglie e lasciare una destinazione produttiva a quegli ettari di capannoni e piazzali tra Shangai e il ponte Genova, che hanno fatto la storia industriale e sindacale della nostra città, non c’è nessuna voglia. «Abbiamo saputo per caso che da tempo la Coelme ha allacciato contatti con una società portoghese nostra concorrente sul mercato internazionale, per vendere i nostri macchinari», denunciano Paolo Piedibene e Alessio Marco, Rsu Cgil e Cisl.
L’azienda in questione è la Cerisol, sede a Serzedo, distretto di Vila Nova Gaia, a sud di Porto e del Rio Douro, 150 dipendenti e 10 milioni di fatturato, che nel business degli isolatori sembra crederci ancora se è vero che appena due anni fa ha tirato su dal nulla una nuova fabbrica. I suoi dirigenti sono venuti a Livorno per testare i macchinari installati in via Fabio Filzi. Se ne sono accorti in maniera quasi beffarda, i cassintegrati della Cil: l’azienda ha richiamato al lavoro quattro di loro per mettere in moto gli apparecchi fermi da un anno davanti ad alcune persone. E parlando con quelle persone, in un momento in cui gli amministratori della Cil si erano assentati, i lavoratori hanno scoperto la verità. Hanno subito cercato l’amministratore delegato Riccardo Nannoni, che non ha confermato ma neanche smentito. «Ma le decisioni vengono prese in Veneto, dai soci delle Coelme - dicono i sindacati -: sono loro che ancora il 5 giugno avevano promesso davanti al sindaco Cosimi e all’assessore Magidi che avrebbero cercato una soluzione che potesse salvare l’attività e i posti di lavoro. E invece stavano già smentellando il sito produttivo, tentando di vendere i macchinari ai concorrenti esteri e vanificando anni di sacrifici dei lavoratori e della città».
«Un anno fa avevano chiesto la cassa ordinaria affermando di voler riorganizzare l'azienda e da allora abbiamo dato tutta la nostra disponibilità a ridurci gli stipendi, abbiamo formulato nuovi scenari lavorativi ed alternative per l'abbattimento dei costi, ma in realtà la Coelme stava solo perdendo tempo - accusano i rappresentanti dei lavoratori -. Il 24 marzo il castello di carta è crollato, con la cassa straordinaria e la trasformazione dell’azienda produttiva in un’azienda di pura commercializzazione». Perché in via Filzi gli isolatori continuano ad essere commercializzati: ma non quelli prodotti a Livorno ma quelli comprati in India, Cina e Portogallo, ma marchiati "Cil Italy". Il 5 giugno di quest’anno l’ultima beffa: «La proprietà - ricordano Piedibene e Marco - si ripresenta alle istituzioni affermando di esser disposta a vendere l'intera area ad eventuali acquirenti interessati e sostenendo che la stessa si preoccuperà di ricercare investitori. Avevamo un appuntamento a settembre per una verifica, ma il rischio è che a fine estate non troviamo più neanche i macchinari».
La questione - è semplice da capire - non riguarda “solo” il futuro lavorativo di 36 famiglie, ma aprirebbe, qualora andasse in porto lo smantellamento, anche una partita immobiliare enorme, vista la posizione della Cil a ridosso del porto e i quasi 10 ettari su cui essa si estende.
@giucorsi
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