Il vescovo strapazza i politici e cerca 100 orti per i senza lavoro
«Il lavoro è un diritto biblico, invece assistiamo a un teatrino di litigi inutili mentre la casa brucia» Giusti richiama l’attenzione su chi è santa Giulia oggi: i tanti cristiani perseguitati nel mondo
LIVORNO. «Cerco terreni per far nascere cento orti da dare a persone senza lavoro: avranno almeno un po' di patate, pomodori, polli e conigli da mettere in tavola». Non è la prima volta che il vescovo Simone Giusti prende al balzo la festa della santa patrona per dare segnali forti su temi civici prima ancora che religiosi (mentre, in un singolare incrociarsi di attitudini, martedì sera in San Jacopo il sindaco Cosimi ha speso il suo saluto per una dotta disquisizione teologica sulla lettera ai Tessalonicesi).
Stavolta il monsignore-architetto ha insistito, in mezzo a mille altre cose, sul lavoro e sulla crisi. In un duomo colorato dalle bandiere di tutti e 16 i rioni, com’era prima della riforma-dimezzamento. E affollato come non mai: quasi duemila persone, compresi i tanti sul sagrato fino alla fermata Atl. Al punto – ha detto Giusti – che «abbiamo dovuto rinunciare (volentieri) alla processione del clero all’interno della cattedrale perché non sapevamo proprio dove passare».
Il lavoro è «un diritto biblico» – parole del vescovo – e creare occupazione dev’essere «l’assillo numero uno di ogni politico, a cominciare da quelli cristiani». E giù una filippica: «Non se ne può più di questo teatrino della politica, litigioso e inconcludente, mentre la casa brucia». Poi, con le elezioni municipali in dirittura d’arrivo: «Chi aspira a guidare una città deve saper unire e fare». Detto quasi in contrapposizione a un modo di far politica che invece «alimenta solo contrapposizioni e chiacchiere».
È a questo punto che squaderna l’idea-novità nel segno dell’agricoltura («ho già anche chi mi regala la realizzazione dei pozzi per l’acqua, bisogna trovare ora gli spazi in affitto o in prestito»). Qualcosa del genere è anche la “scuola dei mestieri” che la diocesi sta costruendo alle Sorgenti («gente che si guadagnerà da vivere facendo l’orlo ai pantaloni o riparando guasti nelle case»).
Quest’anno la liturgia è contrappuntata dai canti firmati Frisina (come “Dove la carità è vera” o “Chi ci separerà?”): seguita dalla processione con il reliquiario d’argento della patrona, i costumi d’epoca della Livornina, il volontariato, il clero, gli ordini cavallereschi: dal duomo al Voltone andata (via Grande) e ritorno (viale Avvalorati).
La figura di santa Giulia, il vescovo Giusti l’aveva messa due anni fa sotto i riflettori ricordando che era «una immigrata arrivata dalle nostre parti su un barcone». Ieri l’ha raffigurata guardando a una santa Giulia di oggi: Aasiya Bibi, donna pakistana di fede cristiana «condannata a morte per la sua fede così com’è accaduto alla giovane Giulia tanti secoli fa».
Monsignor Giusti non ha usato giri di parole per strigliare i fedeli sulle persecuzioni che i cristiani subiscono «in questo preciso momento» in molte parti del mondo: ad esempio, in Arabia Saudita («dove neanche nel chiuso di casa propria si può pregare o leggere la Bibbia»); ad esempio, in alcune zone dell’Africa («dove chiudono i fedeli in chiesa sbarrando le porte e poi appiccano l’incendio»). Il vescovo, prima ancora che puntare il dito «contro i poteri secolarizzati e contro l’indifferenza dei media», chiama in causa «cosa facciamo noi cristiani qui ora per loro?».
Ma sbaglierebbe mira chiunque s’immagini la crociata contro le altre religioni, a cominciare dall’islam: «Macché scontro di civiltà, è una balla inventata dai potentati. Al contrario, occorre costruire una civiltà inclusiva, basata sul dialogo e sulla reciprocità».
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