Laviosa ci riprova: ecco i bond per i lavoratori
Emessa un’obbligazione da due milioni di euro che frutterà il 6% per tre anni «I miei colleghi mi guardano storto, ci rimetto soldi ma coinvolgo i dipendenti»
LIVORNO. «Nei profili finanziari la mission della nostra società è quella di far bene la bentonite. Ma la vera missione che io mi sento attaccata alla pelle è dare stabilità ai rapporti di lavoro, dare a chi è impiegato qui la possibilità di far studiare i propri figli, permettere una vita decorosa alle famiglie dei nostri dipendenti. La bentonite e i minerali che vendiamo in giro per il mondo sono uno strumento per arrivare a questo obiettivo». Giovanni Sirtori Laviosa, presidente e azionista di maggioranza della Laviosa Minerals Spa, è un imprenditore sui generis. Fuori da Confindustria dopo aver tentato, fallendolo, il salto alla presidenza provinciale. Fuori dalle lobby e anche restio ai rapporti con i poteri forti. Considerato snob da molti colleghi. Critico, anche aspramente, verso le istituzioni locali, a partire dai presidenti della Camera di Commercio, degli industriali, della Port Authority «che si sono calati così tanto nel ruolo istituzionale che quasi ci credono davvero». Velenoso verso «quel Pd che dal 1948 è ancora lo stesso, congelato». Addirittura «felice che Beppe Grillo abbia preso più del 25% dei consensi. E’ una fortuna che sia arrivato lui a fare da spauracchio, anche se non l’ho votato». Diffidente verso certe usanze del potere «che mi ricordano storie di porto che mi venivano raccontate da giovane, quando Italo Piccini, persona intelligente, era solito riunire gli imprenditori, cercando sempre un compromesso che non so se abbia fatto più bene o più male alla nostra città e al porto».
A sentirlo parlare della sua azienda ideale, Laviosa quasi sembra più filantropo che imprenditore. «Quando vediamo che una società più taglia il personale, più aumenta il suo valore di borsa, significa che il sistema non funziona. E significa che chi guida quella società ha fallito». In realtà basta fare rewind sulla cronaca di un mese e mezzo fa per tornare coi piedi sulla terra dal volo in quella che a sentir certe parole potrebbe sembrare la fabbrica dei sogni per ogni lavoratore: un impiegato di 40 anni licenziato utilizzando la legge Fornero, nell’ambito di un programma riorganizzativo che la Laviosa aveva inaugurato nel 2012, fatto di part time, incentivi per pensionamento, spostamenti, cambiamenti di orario. «Il licenziamento era uno degli atti conclusivi del programma. Non riuscivamo a ricollocare quell’unità e l’abbiamo mandata via. I sindacati sono insorti ma io avevo applicato la legge e mi sarebbe bastato pagare una bella cifra per evitare il reintegro», spiega l’imprenditore. La storia però anche stavolta, in casa Laviosa, è terminata col lieto fine: «Quell’uomo è tornato tre settimane dopo dicendomi che era disposto a rimettersi in discussione e che avrebbe lasciato la giacca e la cravatta per indossare la tuta da operaio pur di lavorare. E io l’ho riassunto, senza farne tanta pubblicità. E fidandomi della sua parola».
Ora Laviosa ne ha inventata un’altra: un prestito obbligazionario, cioé un bond, che dovrebbe portare nelle casse della società due milioni di euro. Che c’è di strano, ci si chiederà. Due cose, in particolare. La prima: il prestito è riservato ai dipendenti. La seconda: il prestito offre un tasso che sul mercato si trova solo per società con rating non eccelso, il 6% annuo per tre anni. Significa che se l’obbligazione dovesse fare il pieno, quei due milioni incassati costerebbero 120mila euro di interessi ogni anno a Laviosa. «Basta guardare i nostri bilanci per capire che non abbiamo difficoltà a recepire soldi dalle banche e a tassi ben più bassi», spiega lui, ammettendo: «Con questa operazione rimetterò diversi soldi. Quando l’ho illustrata ad alcuni colleghi, mi hanno guardato storto, come se avessi perso il lume, ma per me questa proposta ha un senso profondo. E’ un modo per permettere ai nostri collaboratori di partecipare di più l’azienda sentendosi in qualche modo azionisti, per renderli consapevoli che il futuro noi lo vediamo premiando l’intelligenza collettiva che riusciremo ad esprimere e non le capacità individuali».
Laviosa in qualche modo prova anche a vedere l’operazione con una lente diversa da quella del profitto. «Per me è una scommessa e un investimento. Se dal punto di vista finanziario io perdo soldi, da quello professionale e umano creo un senso di appartenenza, di solidarietà, di consapevolezza di ogni collaboratore che valgono molto di più dei 120mila euro l’anno di interessi che pagherò».
Il viaggio negli uffici della Laviosa, tra il cuore del porto industriale e gli snodi ferroviari di Calambrone, in questa sorta di enclave tedesca in Italia, in cui i lavoratori sono ingranaggi importanti delle scelte aziendali, potrebbe essere lo spunto per una tesi di laurea sull’imprenditoria alternativa. «Il lavoratore può diventare obbligazionista anche con una semplice somma di 500 euro che per tre anni gli frutterà interessi al 6% e che gli verrà restituita per intero alla scadenza. In questo modo ha la possibilità di avere accesso a tutte le informazioni finanziarie a cui avrebbe accesso un azionista - spiega il presidente della Laviosa Minerals Spa -. L’idea mi è venuta grazie a un confronto con alcuni imprenditori cinesi. Ho chiesto loro quale ritenevano fosse il miglior modo di ridistribuzione dell’utile e mi hanno spiegato che nelle loro aziende un terzo viene ridistribuito ai lavoratori, un terzo viene accantonato per gli investimenti, un terzo va agli azionisti. Ebbene io ritengo che la struttura della ridistribuzione sia giusta ma che vadano riviste le quote. Chi fa impresa in modo serio e con prospettive future a mio avviso non deve avere l’ansia della remunerazione, e dunque la remunerazione dell’azionista, in questo caso mia, deve essere più bassa. Devono crescere invece i soldi usati per gli investimenti, ma devono essere sufficienti quelli che vengono ridistribuiti ai lavoratori». Sufficienti ed uguali. «Sono contrario ai superpremi per i manager - aggiunge Laviosa -, perché sono dell’idea che sia impossibilie attribuire ad una persona il successo o l’insuccesso di un’azienda. I manager sono già pagati di più, ma la ridistribuzione degli utili deve cadere su di loro allo stesso modo in cui cade sul camionista che carica bene il materiale».
Una teoria controtendenza che però nel regno della bentonite pare funzionare: «Le cose nonostante i tempi continuano ad andare in modo decente, significa che il sistema può reggere», commenta Laviosa. E in effetti dopo un calo del 20% del fatturato nel 2009 (da 58 milioni a 45), il trend è tornato positivo e si è attestato sopra i 53 milioni negli ultimi tre anni con un outlook in netta crescita. «Penso che uno dei nostri segreti sia il coinvolgimento dei lavoratori, la loro responsabilizzazione. La partecipazione è più importante nei risultati di quanto non si pensi. Quest’idea dell’obbligazione va in questa direzione. E non nego che mi piacerebbe lanciare un messaggio per altri che possano seguire questa strada».
@giucorsi
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