Il Tirreno

Livorno

Un bene di tutti è un dovere valorizzarlo

di Andrea Lazzeri

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Perché? Diteci almeno perché.

Vorremmo che qualcuno spiegasse ai livornesi qual è il motivo che qui fa aprire i bagni più tardi che negli altri posti d'Italia. E li fa chiudere prima. Gli ombrelloni si spalancano il 22 maggio e sono ripiegati il 20 settembre.

La breve estate balneare gode anche d’un ulteriore primato: ha la giornata più breve. Non che da noi si vada a letto presto. C'è l'abitudine di cenare con famiglia e amici alzando i calici verso l'orizzonte, ma poco dopo le 22,30 anche il fascino della marina tramonta e, implacabili, si richiudono ghiacciaine e cancelli.

Per non parlare dei mesi invernali dove l'accesso ai bagni è scandita da un farraginoso regolamento quasi imposto ai gestori.

Ecco, questa è un'altra particolarità locale: dall'Adriatico al mar Tirreno i balneari ingaggiano spesso aspri conflitti con le autorità per poter dilatare gli orari e il calendario. A Livorno accade il contrario, è il Comune che pungola gli imprenditori perché lavorino un po' di più.

Raccontano che i motivi siano da ricercare in calcoli economici, che l'allungamento dei tempi non comporti automaticamente l'incremento dei guadagni e che, anzi, alla fin fine si risolva in una rimessa. Ma le leggi di mercato sono uguali a San Jacopo , a Tirrenia come a Riccione.

Essendo impensabile che i colleghi degli altri lidi siano incalliti autolesionisti, bisogna supporre che altrove abbiano trovato un sistema per rendere più produttiva l'industria del mare.

E non deve essere una genialata coperta da copyright visto che da est a ovest della Penisola tutti la riproducono tranquillamente . Ma i nostri no. Mistero.

Sicuramente avranno ottime e fondate ragioni .

C’è un però che, forse, dovrebbe spingere a fare una riflessione più approfondita sull’andazzo labronico. Gli stabilimenti balneari non sono proprietà privata ma concessioni, sono cioè beni del la collettività assegnati a persone perché non solo li preservino ma li valorizzino. E stare al mare fa parte della cultura profonda di un popolo e costituisce una ricchezza. O, almeno, dovrebbe essere una risorsa.

Domanda retorica: possiamo permetterci di sprecarla? La risposta è scontata. Meno pacifica dovrebbe essere l’ignavia imprenditoriale in questi drammatici tempi di crisi.

@andlazz

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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