Il Tirreno

Livorno

Sangue inglese per l’essenza dell’Amiata

di Antonio Valentini
Sangue inglese per l’essenza dell’Amiata

Madre e figlia, arrivate in Maremma da Londra, hanno fatto grande la produzione del Castello di Potentino

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Raffiche fredde corrono giù dai costoni dell'Amiata e spazzano la valle. Se non fosse per i sibili del vento e il gorgoglio del torrente Vivo, il castello di Potentino sarebbe immerso in un silenzio totale, di per sé magico nell'epoca del frastuono cosmico. Da sempre è così, in questo luogo incantato dove tutto è rimasto com'era. Qui si fermò Santa Caterina da Siena nel suo viaggio verso Roma, quando il maniero pulsava sotto le insegne nobiliari dei Salimbeni, dei Tornabuoni e dei Bonsignori. Secoli prima dell'anno Mille, la data approssimativa a cui risale la prima fondazione, vi s'insediarono gli etruschi, lasciando tracce della loro cultura vinicola sulle pietre dove ammassavano i grappoli raccolti. Tradizione rinverdita da Sally Greene e dalla figlia Charlotte Horton, alle quali si è aggiunto poi Alexander Greene, figlio di Sally e fratello di Charlotte. Le due donne acquistarono il castello, ridotto a un rudere, nell'anno duemila, dopo aver venduto a Jacopo Biondi Santi il Castello di Montepò di Scansano che pure avevano restaurato. E si misero a fare un vino che risultasse inconfondibile, l'espressione più genuina di un territorio ruvido e per questo bellissimo, dove ancora il compromesso tra uomo e natura non è declinato al ribasso.

Lo zio Graham Greene. Questione di cultura, quella cultura che da sempre sta alle fondamenta della famiglia Greene-Horton, non foss'altro per la presenza nel ramo familiare dello scrittore Graham Greene - pure giramondo e agente segreto -, zio dell'omonimo patrigno della Horton. L’approdo di Charlotte in Toscana, dopo una vita trascorsa nel quartiere londinese di Chelsea, fu casuale. La nonna Helga, appartenente al ramo bancario della famiglia Guinness, agente letteraria che avrebbe sposato lo scrittore di gialli Raymond Chandler se questi non fosse morto prima delle nozze, voleva prender casa in un'isola greca per godersi la pensione. «Ma alla fermata del bus trovò una donna che le parlò della Toscana - ricorda Charlotte -. La conversazione andò avanti, poi si salutarono. Un giorno mia nonna si vide recapitare un telegramma con il quale la conoscente le comunicava di aver versato la caparra a suo nome per una casa a Castiglion della Pescaia. Andò a vederla. Era bella e l'acquistò. Da quel momento iniziai a frequentare la Maremma».

L’oasi di Potentino. Un'altra ricca cultrice della Toscana, verrebbe da dire, che non ha esitato a investire fior di capitali pur di stabilirsi in un territorio bellissimo, ad alta densità di tesori artistici, archeologici e dalle grandi suggestioni paesaggistiche. Niente di più inesatto. Charlotte adora la zona alle falde dell'Amiata, lontana dalle rotte turistiche. Soprattutto quella. Il resto della Toscana, le campagne ferite dal cemento, le villette a schiera, i soggiorni organizzati e le zone industriali, non fanno per lei. Certo, ci sono le città d'arte. Ma vuoi mettere il frastuono dei vacanzieri con il silenzio di questa valle, dove quasi non esiste traccia di un insediamento umano precedente gli anni Cinquanta? Il Castello di Potentino, distante dall'abitato di Seggiano quanto basta perché possa definirsi isolato, è al centro di quest'oasi paesaggistica.

Charlotte Horton e Sally Greene lo acquistarono dopo che per decenni era stato alla mercé di tutti, riuscendo a conservare dell'arredo originario solo una cassapanca. Ma lo restaurarono a regola d'arte, con i capitelli e le volte perfettamente mantenuti, la chiesa ristrutturata, le antiche cucine ripristinate. Persino i graffiti prodotti dagli ignoti frequentatori del Castello durante gli anni del saccheggio furono conservati, coperti con pigmenti terrosi nel pieno rispetto della colorazione originaria.

Il territorio nel bicchiere. Ora che il rudere si è trasformato in una severa ma splendida residenza di campagna, Charlotte si gode anche i frutti prodotti dalla rinomanza del suo vino: «Volevo che rispecchiasse l'essenza di quest'angolo di Toscana - spiega -. Dopo l'invasione degli enologi, è il momento di proporre dei vini che esprimano la peculiarità del luogo».

Beninteso, l'essenzialità del paesaggio amiatino non si traduce in asprezza dei vini, viceversa armonici ed eleganti, potenti e bilanciati, capaci di giovarsi dell'escursione termica tra giorno e notte e del contrasto tra il vento di terra, freddo e teso, e quello di mare, salmastroso e grasso. Il “Sacromonte” ad esempio rappresenta la quintessenza del sangiovese, col vantaggio di una bevibilità che non mina, e anzi valorizza, la sua complessità. Non da meno è il “Piropo”, pinot nero di struttura. Oppure il “Lyncurio”, pinot nero vinificato in bianco come uno champagne, profumato, grasso e lungo in bocca. La produzione è di nicchia, se è vero che avviene su un fazzoletto di quattro ettari e che regala in tutto 20mila bottiglie: «Ma non aumenteremo la produzione - precisa Charlotte Horton -. Non avrebbe senso: o sforni milioni di bottiglie, o fai dei vini particolari. È il concetto che da sempre guida i produttori della Borgogna, che valorizzano il micro-contesto. Poi ci teniamo a usare ceppi che rispecchiano davvero il territorio, come alicante, sangiovese e pinot; syrah, cabernet o merlot cambiano poco se prodotti qui o in Argentina».

Barrique? Mai. Il Castello di Potentino è davvero una gemma, il cui valore non si estingue nelle mura possenti e si trasferisce ai vini. In cantina non c'è traccia di barrique, «poiché il legno coprirebbe l'eleganza e la finezza del sangiovese». Men che meno c'è qualcosa di eccedente la dotazione tecnologica di base: solo tini, una pigiatrice tradizionale, un piccolo macchinario per l'imbottigliamento e l'etichettatura. Unica concessione, due o tre botti ovali da venti ettolitri per il pinot nero: «Sono del parere che in cantina vadano solo aiutati i processi naturali - scandisce Charlotte -, ma spesso si interviene per ansia, per scarsa fiducia nella materia prima». Che pure da queste parti è eccezionale, con gli acini arricchiti dalla mineralità del terreno vulcanico, insaporiti dalle escursioni termiche, corroborati dai 350 metri di altitudine della vallata in cui sono stati realizzati gli impianti.

Una combinazione che regala vini unici, assai diversi da quelli della coincidente area doc del Montecucco o della vicina Montalcino: «Non abbiamo scelta. Se vogliamo competere con i produttori di Cina e Cile, possiamo solo puntare sulla tipicità», conclude la nipote acquisita di Graham Greene. E ha ragione: l'omologazione del gusto spersonalizza uomini e donne, rendendoli automi del consumo.

@amvalentini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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