Il Tirreno

Livorno

«Quando suonò il campanello capii che non era lui»

di Gian Ugo Berti

36 anni fa la tragedia del Monte Serra, morirono in 44 La moglie del tenente Attramini: il dolore non cambia

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LIVORNO. Un destino che ha unito 44 giovani vite. Quel giovedì di marzo del 1977 è il sottotenente di vascello Emilio Attramini, ventisette anni, ad imbarcarsi con 38 allievi dell’Accademia Navale e 5 membri dell’equipaggio, sul Vega 10 per un volo di ambientamento all’aeroporto San Giusto di Pisa. Pochi minuti di volo soltanto, quasi una formalità come era accaduto qualche giorno prima per altri loro compagni di corso. Eppure nessuno di loro riabbraccerà i propri cari. Alle 15,05 lo schianto sul Monte Serra. 36 anni dopo parla Maria Teresa Piras, la moglie. «Voglio ricordare quegli avvenimenti – spiega – perché nessuno dimentichi».

Cosa prova dopo tanto tempo?

Il dolore è lo stesso. Le vite di noi tutti sono andate avanti, ma il ricordo dei nostri cari è sempre stato vivo nei nostri cuori. E’ stata una fatalità. Qualunque siano le cause, nessuno li riporterà in vita.

Quando vide Emilio per l’ultima volta?

La mattina stessa, quando uscì di casa per prendere servizio, sereno come era nel suo carattere.

Lei avvertì un presentimento?

Più che un presentimento, provai uno stato d’ansia indefinibile. Cercai di nasconderlo. Ma forse Emilio lo percepì, tanto è vero che poco dopo, dall’ufficio, telefonò ai miei genitori, pregandoli di venire a farmi compagnia perché non mi sentivo molto bene. E così fu.

Quando seppe della tragedia?

Intorno alle 16,30. Quando suonò il campanello, mamma disse: “Eccolo”. Risposi un po’ preoccupata: “Non è il suo modo di suonare”. Erano mia suocera e mia cognata. Ancor prima d’entrare mi dissero: “Emilio è morto. L’aereo è precipitato. Non ci sono superstiti. Lo ha appena detto la radio.” Andammo subito in Accademia ed il Comando c’informo’.

Potè rivedere il corpo di suo marito?

No. Mi è stata restituita la fede nunziale che portava al dito, con inciso il mio nome.

Dove riposa, ora?

Al cimitero della Misericordia, vicino a suo padre ed ai miei genitori.

In che occasione vi siete conosciuti?

Siamo entrambi figli di sottufficiali della Marina ed il primo incontro fu nello stabilimento balneare a San Jacopo. Eravamo ancora studenti, lui al liceo Enriques, io all’Angelica Palli. Emilio era un giovane aperto e solare, che amava la vita e quella vita che aveva scelto. Ne andava fiero. Era il quarto del Corso, il Llevantades.

Quando vi siete sposati? Due anni prima della tragedia, il 5 aprile, nella chiesa dell’Apparizione. Cercavamo un luogo piccolo e raccolto e quello ci parve l’ideale. Decidemmo per il matrimonio perché Emilio, una volta uscito dall’Accademia fu mandato prima a Taranto, poi a Genova sull’Audace e quindi ad Augusta a bordo del Todaro, non accettava più la lontananza e da quel momento l’ho sempre seguito, rinunciando ai miei studi universitari. Non me ne sono mai pentita. So di avere fatto la scelta giusta.

Cos’è cambiato nella sua vita? S’è infranto un sogno. Ho accettato il destino, attraverso l’Associazione dei familiari, ci impegniamo affinchè la gente ricordi quei giovani, uno ad uno. Proverò la stessa commozione come ogni volta quando, domenica prossima, ci ritroveremo insieme sul Monte Serra a rendere omaggio al Sacrario.

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