Il Tirreno

Livorno

Miracolo-corsi: il 30 per cento trova lavoro

di Giulio Corsi

In otto anni di formazione professionale i disoccupati tra i frequentatori si sono quasi dimezzati. Indagine Censis a Livorno

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LIVORNO. Dal 2004 al 2011 quasi tremila livornesi sono passati dai corsi di formazione organizzati dalla Provincia attraverso i finanziamenti del Fondo sociale europeo. Ma questi corsi hanno funzionato e soprattutto funzionano? E’ la domanda che si fanno migliaia di genitori quando leggono le opportunità formative proposte da palazzo Granducale. E’ la domanda che si fanno i giovani (ma non solo) quando sfogliano la margherita per decidere se presentare domanda di partecipazione oppure no. E’ la domanda che si fa il cittadino qualunque che si chiede se tutte quelle migliaia di euro spese nelle formazione professionale servono o potrebbero essere utilizzate diversamente.

Il quesito se l’è posto anche la Provincia. Che al termine di otto anni di corsi ha chiesto al Censis e a Gn Research di fare un’indagine per capire l’efficacia della sua attività formativa, che rappresenta (ma tra poco bisognerà dire rappresentava, viste le minicompetenze che avrà palazzo Granducale con la riforma in atto) uno dei motivi principali del suo esistere. La risposta è stata sì. Sì perché i partecipanti hanno dichiarato in maggioranza quasi bulgara di essere usciti più forti, lavorativamente parlando, dall’esperienza formativa. Sì soprattutto perché la percentuale di coloro che avevano un lavoro nei 12 mesi successivi al corso è quasi raddoppiata e si è dimezzata la percentuale di chi invece il lavoro non ce l’aveva. Questo non significa che sia tutto oro. C’è infatti una serie di contraddizioni che qualche dubbio lo destano. La principale e anche la più curiosa: il 40 per cento di chi ha trovato lavoro dopo il corso, l’ha trovato in un ambito che col corso non c’entrava niente.

I risultati dell’indagine sono stati presentati ieri mattina a palazzo Granducale dal direttore del Censis, Giuseppe Roma, dal presidente della Provincia Giorgio Kutufà e dall’assessore alla formazione Ringo Anselmi insieme al dirigente Guido Cruschelli.

Ripensare i corsi. «Abbiamo chiesto questa indagine quando gli effetti della crisi globale, il problema occupazionale e il mercato del lavoro imponevano cambiamenti radicali nelle strategie di programmazione del fondo sociale europeo - ha spiegato Ringo Anselmi - L’obiettivo era capire gli effetti di ricaduta soprattutto in termini di esiti occupazionali per concepire le linee programmatiche future».

Duemila intervistati. Censis e Gn Research hanno confezionato una lunga intervista telefonica riuscendo a contattare quasi duemila ex allievi del sistema provinciale di formazione provinciale. 1939 per l’esattezza su 2806 frequentatori totali dal 2004 al 2011. Cioé il 69 per cento, un campione decisamente rappresentativo.

Donne e laureate. Da chi è formato lo zoccolo duro dei corsisti? In maggioranza da donne (il 62% rispetto al 50% che esse risultano tra la popolazione attiva, cioé quella dai 15 ai 64). E formato in maggioranza da diplomati (il 6% rispetto al 38% che i diplomati rappresentano tra la popolazione attiva).

«Questo ci fa porre una domanda e ci dà anche una risposta, che è una conferma - spiega il numero del Censis, Roma - Chi ha principalmente il problema del lavoro? I giovani con livello di istruzione medio alto, soprattutto le donne, tra cui in Italia la propensione allo studio è più elevata». E infatti anche i laureati che hanno partecipato ai corsi sono di più rispetto a quelli della popolazione attiva a Livorno: il 22% rispetto al 14%.

Studi troppo lunghi. «L’impostazione dei sistemi formativi italiani è sbagliata rispetto al mercato del lavoro - ha sottolineato Roma -. A cominciare dall’istruzione scolastica e universitaria per cui il percorso è lunghissimo, termina a 28, 30 anni e spesso senza un reale orientamento al mercato del lavoro. Dovremmo imparare dalla Germania dove il 61% degli occupati privati sono diplomati, che non significa semplicemente usciti dalle superiori ma magari da corsi professionali post diploma ma comunque gente che inizia a lavorare a 20, 21 anni».

«Dobbiamo essere orgogliosi se si laurea un giovane - ha proseguito Roma, esponendo una delle sue battaglie storiche - ma lo saremmo di più se con la laurea breve entrasse nel mondo del lavoro cosa che oggi non accade».

Come cambiare. L’obiettivo - è stato il messaggio del Censis alla Provincia di Livorno - dev’essere quello di finalizzare maggiormente la formazione verso le potenzialità del mercato del lavoro, dimensionando le aspirazioni giuste alla domanda di massa. In questo senso, è stato sottolineato, troppi corsi organizzati in questi anni a palazzo Granducale erano orientati al settore terziario, cioé ai servizi, un mondo che invece ha dimostrato di essere decisamente saturo.

Il lavoro di squadra. I risultati hanno tuttavia fatto gonfiare il petto a palazzo Granducale. Chi ha frequentato i corsi della Provincia oggi lo rifarebbe. Tra molto e abbastanza soddisfatti si dicono il 90% degli ex allievi. L’utilità maggiore riscontrata, è stato spiegato, non è stata tanto l’acquisizione di una maggiore competenza in una materia specifica, quanto la miglior capacità di rapportarsi con gli altri. «Ma oggi la competenza è subito dopo la conoscenza, proprio la relazionalità, la capacità di lavorare in gruppo, di fare squadra - ha sottolineato Roma -. Ecco quindi che al di là dei contenuti i corsi hanno rappresentato un momento formativo tout court».

Raddoppia il lavoro. Il nucleo del discorso resta tuttavia quello legato agli sbocchi. Ed è qui che i risultati hanno dato ancor più ragione alla Provincia, pur con qualche se. La tabella a fianco è quasi impressionante: prima della “cura” i frequentatori con un lavoro dei vari corsi erano il 37.5% e quelli senza occupazione il 45%. Dodici mesi dopo aver frequentato i corsi le cifre si ribaltano come un calzino: il 62% è occupato e il 23% disoccupato. Un miracolo? Non esattamente.

Anzitutto perché, come dicevamo, c’è quel curioso dato che dice che il 40% di coloro che hanno trovato lavoro, dunque quasi uno su due, l’ha trovato in un ambito diverso dall’argomento del corso. E poi perché i lavori trovati, come facilmente intuibile, sono stati per la maggiorparte a tempo determinato e dunque a scadenza, mentre gli indeterminati si fermano al 18%.

Dopo il corso un altro corso. Una curiosità che però dice molto: il 26% dei frequentatori ha continuato ad aggiornarsi, dato non marginale se si pensa che in Italia, secondo i dati Istat, solo il 6% della popolazione è impegnato in attività di apprendimento permanente e in Toscana il 7%.

@giucorsi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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