Il Tirreno

Livorno

Ecco le cifre di una città che non crede in se stessa

di Mauro Zucchelli

C’è il boom della cassa integrazione (più che quadruplicata in ottobre) e siamo fra le province record per i giovani che né studiano né lavorano

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LIVORNO. Nient'altro che un numero a far schizzare in orbita la preoccupazione: è 1.366.970 e indica il numero delle ore di cassa integrazione autorizzate nei soli 30 giorni di ottobre nella nostra provincia. Più del quadruplo rispetto a dodici mesi prima: con una crescita forte fra gli operai ma il boom è fra gli impiegati (sono moltiplicate per dieci).

E tuttavia, a sorpresa, non è l'economia – né l'andamento degli affari né i quattrini bruciati sull'altare del tenore di vita – a far precipitare la nostra provincia giù di 16 gradini (dal 14° al 30° posto) nella classifica del "Sole 24 Ore" sulla qualità della vita. Esempi? Quanto al Pil pro capite siamo rimasti praticamente lì, lo standard dei depositi bancari è bassino ma in miglioramento (dal 91° all'81° posto) così come fa qualche passettino in avanti l'imprenditorialità (ma senza salire più in alto della 70° posizione). Figuriamo in "zona Uefa", anche se un po' più giù dello scorso anno, pure sul fronte delle banche: non arrivano al 4,5% i crediti in sofferenza, i soldi prestati sono più del doppio di quelli raccolti come risparmi. E la disoccupazione? Resta sotto il 6,4%, siamo cioè a metà classifica (45° posto). Ma chissà cosa salterebbe fuori se mettessimo nel conto che da più di dieci anni il recupero di produttività si fa destrutturando l'occupazione in un arcipelago di lavoricchi, precari e spezzettati, che mai daranno la sicurezza di poter contare su una busta paga vera, operaia sì ma sicura.

Da qualche parte, comunque, i quattrini saltano fuori: la radiografia di Findomestic, un big del credito al consumo, dice che per auto, computer, elettrodomestici e mobili abbiamo speso nel 2011 1.189 euro a testa. Meno dell'anno precedente (38 euro) ma ben lontano dal crollo della spesa registrato in altre città: eccoci dunque salire ben 18 scalini per finire fra le 23 province più spendaccione.

Pesa il crollo della tranquillità sociale: fuori dalle metropoli, siamo fra le venti province più problematiche (vedi soprattutto alla voce “scippi, rapine e borseggi” ma ora anche truffe informatiche). Quel che dovrebbe destare allarme è però il fatto che niente ci porta in zona retrocessione quanto il capitale umano: sotto questo profilo siamo la provincia messa peggio in tutto il Centro Nord (precedendo d’un soffio Lucca), dice il quotidiano confindustriale.

I giovani “né né” – cioè che né studiano né lavorano – sono un esercito di quasi diecimila ragazzi e ragazze: il report di “Italia lavoro” sui dati Istat racconta che qui da noi riguarda più di un giovane su cinque questo limbo, apparentemente dorato ma in realtà la marginalizzazione nel nulla. Di più: dal Calambrone all’Elba vale il 21,1% dei giovani fra 15 e 29 anni. In tutta la metà della penisola che sta a nord di Roma se la cavano peggio di noi solo a Rovigo, Viterbo, Rieti, Pavia e Imperia.

Una coincidenza, solo il capriccio dei numeretti delle statistiche? Mica tanto: questi giovani “prigionieri” del niente sono a livelli record qui da noi ormai da anni. Anzi, se fissiamo gli occhi solo sulle ragazze, ecco che le cose vanno perfino peggio. Dal punto di vista geografico: perché non sono più cinque ma solo due le province messe peggio (Brescia e Viterbo). Dal punto di vista di genere: perché a Livorno fra i maschi questa fetta di under 30 si riduce scende da 4.646 a 3.883 persone (con un calo del 16,4%) mentre, al contrario, fra le ragazze nell’ultima annata fotografata aumenta di altri 9 punti e supera quota 5.400.

Non è un segreto che in fatto di irregolarità del ciclo di studi e dispersione scolastica Livorno non avrà la maglia nera ma è fra le zone problematiche del Centro Nord. Per dirne una: un diplomato su sette supera lo scoglio dell’esame di maturità con il minimo dei voti (siamo fra le 15 zone del Bel Paese più “difficili”). Anche le tabelle dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Scolastico Provinciale conferma che la promozione all’esame di Stato arriva con voti particolarmente bassi: non arriva nemmeno a 70 per il 30% degli studenti. Di più: nelle scuole superiori di Livorno città un alunno su tre ha alle spalle almeno una bocciatura, uno su 25 ne ha addirittura tre o anche di più.

Del resto, perché spaccarsi la schiena sui libri? Lo ammettono gli stessi imprenditori nel Rapporto Excelsior: in provincia di Livorno si cercano soprattutto braccia senza qualifiche né grilli per la testa.

Ma qualcosa sta cambiando: quello stesso rapporto indica che la quota di laureati di cui si annuncia l’assunzione è passata dal 4-5% al 9,6% di adesso. Solo che siamo lontani dallo standard tanto a livello regionale (quasi il 13%) quanto su scala nazionale (17,4%).

Nella fascia 25-30 anni Livorno resta giù all’82° posto (su 107) per percentuale di laureati: a malapena il 5,7%.

Poche nascite, dunque poche nuove leve, e spesso a bassa scolarizzazione. Ma con pensioni medie più alte della media nazionale: basterà quest’ammortizzatore sociale fai-da-te, cioè la pensione della nonna, a evitare che la crisi finisca in un capitombolo sociale da incubo?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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