«Non uccisi io il mio amico»
Centauro assolto dall’accusa di omicidio colposo verso il compagno di gita: «È la fine di un incubo»
LIVORNO. «Yuri era il mio migliore amico, era l’unico mio amico italiano che avevo. Abbiamo condiviso tanto. Non ho mai dubitato del fatto che la verità avrebbe trionfato. E ora ne ho la certezza». A parlare è Stelian Paunescu, il camionista romeno di 41 anni imputato per l’omicidio colposo aggravato del suo amico Yuri Saba, morto a 36 anni in un incidente in moto sul Romito. Paunescu martedì è stato assolto con formula piena dall’accusa. Il giudice Carlo Cardi ha letto la sentenza in cui l’ha dichiarato innocente perché il fatto non sussiste. È finito così l’incubo di Stelian, che per 5 anni ha portato su di sé il peso del dolore per la morte dell’amico e dell’accusa di omicidio colposo aggravato dal presunto non rispetto della distanza di sicurezza. I due quel giorno erano insieme in moto. Ed è stato lo stesso pm Gianfranco Petralia a chiedere l’assoluzione. Difeso dagli avvocati Girolamo Adoncecchi e Daniela Bilotti, ora Paunescu tira un sospiro di sollievo. Ma la sua vita è segnata da una grande sofferenza. E le immagini di quel giorno terribile, quando Saba ha perso la vita sulla sua Ducati sul Romito, continuano a perseguitare i suoi giorni. L’incidente è avvenuto sul Romito: un punto dove Stelian passa quasi tutti i giorni. «Io sono camionista e vado spesso a Roma - dice Paunescu, la voce rotta dall’emozione - Per 5 anni, sette mesi e 13 giorni, ogni mattina sono passato di lì. È stata dura, lo è tuttora. La mia ferita è ancora aperta».
Era l’aprile del 2007 e i due amici stavano tornando in città da un giro a Vada. Yuri era in sella alla sua Ducati 1098 e Stelian era su una Ducati Super sport 900. A un tratto, in base alla ricostruzione fatta dalla difesa del camionista, poi sposata anche dalla Procura, Saba sorpassò una vettura, ma poi fu costretto a rientrare nella corsia per il sopraggiungere di un’altra auto dal senso opposto. E in questa manovra tamponò l’amico Paunescu. In un primo tempo, invece, sulla base della perizia chiesta dal pm, l’accusa aveva sostenuto che era stato il romeno a tamponare Saba.
«Sapevo che la verità sarebbe venuta fuori - dice Paunescu - Non ho mai avuto paura. Ma non ho mai superato il dispiacere per Yuri. Noi eravamo amici molto stretti: lui veniva sempre a mangiare da me e con mia moglie facevamo grigliate e varie uscite. Ma soprattutto andavamo in moto. Avevamo fatto un viaggio di 5500 chilometri: lui era venuto a conoscere la mia famiglia in Romania, io gli volevo molto bene». Yuri e Stelian si erano conosciuti un anno e mezzo prima dell’incidente nella concessionaria della Ducati. «Una delle prime volte che parlammo lui mi disse che gli sarebbe piaciuto venire in Romania - racconta Paunescu - e quel sogno l’abbiamo realizzato. Due giorni prima dell’incidente lui aveva fatto la revisione alla mia moto e io al suo scooter. Eravamo molto uniti». Proprio per questo per il camionista i primi tempi dopo l’incidente sono stati durissimi: «Ho passato dei mesi difficilissimi. L’accusa, la notizia sui giornali, il dolore della sua famiglia. Tutto questo mi ha distrutto. Ma non ho mai smesso di credere che la verità dei fatti sarebbe emersa. E non mi sbagliavo».
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