Il presidio
Poliziotti assolti per il falso testamento della villa
La coppia di agenti era accusata di aver taroccato i documenti per entrare in possesso dell’immobile ad Antignano. Lo sfogo dopo la sentenza: «È la fine di un incubo». La rabbia dei parenti
LIVORNO. Finisce con due assoluzioni e l’abbraccio degli imputati nel cortile del palazzo di Giustizia il giallo sull’eredità Ghelardini: la villetta all’angolo tra via dell’Elba e via della Meloria che l’anziana proprietaria, scomparsa nel 2008 a 94 anni, ha lasciato ai due agenti della polizia che al piano terra di quella casa andarono a vivere in affitto dal 1994.
Sul testamento che ha dato origine all’inchiesta penale per falso, ai veleni e alla guerra delle perizie calligrafiche, c’è la data del trentanovesimo compleanno di Catia Ciolfi: 5 luglio 1998. Sulla sentenza di assoluzione letta ieri mattina tre minuti dopo mezzogiorno dal giudice Beatrice Dani comparirà, invece, il giorno della festa per i quarantacinque anni dell’altro imputato, l’investigatore della squadra mobile Alessio Facchin.
«È un cerchio che si chiude – spiega lei fuori dall’aula – siamo contenti perché la verità è venuta fuori. Ma sono felice soprattutto per mio marito, perché è una persona onesta e un grande poliziotto. Adesso voglio chiamare mia madre e tutti i colleghi della Questura che questa mattina erano in tensione per noi».
Al centro dell’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Paola Rizzo che per i due imputati – in estate – aveva chiesto la condanna a due anni di reclusione, parte del testamento con il quale Amelia Ghelardini lasciò in eredità alla coppia anche il piano superiore della villetta.
Dalla ricostruzione processuale, l’anziana avrebbe scritto due testamenti: il primo con il quale donava il piano terra alla coppia, considerato autentico, e un secondo foglio, invece, consegnato la sera del compleanno di Catia Ciolfi nell’estate del 1998, al quale aggiungeva anche il resto della palazzina.
Il racconto di quella sera è stato ricordato dalla stessa imputata davanti al giudice durante una delle ultime udienze: «Avevo organizzato una festa per il mio compleanno alla quale venne anche Amelia. A fine serata quando alcuni invitati erano già andati via mi consegnò un foglio dicendomi che mi faceva un regalo, quando lo aprii vidi quello che era».
I familiari dell’anziana, che si sono costituiti parte civile nel procedimento e che ieri erano in aula, è su questo documento che hanno concentrato i loro sospetti. E presentato, alla fine del 2008, l’esposto che ha dato il via all’indagine. Perché due agenti – è una delle domande principali – non si sono rivolti ad un notaio ma si sono fatti vivi solo dopo la morte della signora?
Durante le indagini i nipoti, attraverso il loro avvocato, Aldo Lo Piano, hanno anche prodotto diversi documenti, attraverso i quali volevano dimostrare che la signora era afflitta da una forma di demenza senile. «Non ci stiamo - si sono sfogati più volte - a passare da “nipotacci” e da quelli che non accudivano un loro caro. Fino all'ultimo abbiamo provato a riportarla a casa chiedendo ai due inquilini di spostarsi al piano superiore visto che Amelia ormai non camminava più».
Nel lungo dibattimento processuale sono stati quattro i periti che hanno analizzato i due testamenti dividendosi nelle conclusioni e molto probabilmente, visto l’esito, non convincendo il giudice al di là di ogni ragionevole dubbio.
L’avvocato Massimo Tuticci che assieme alla collega Giulia Padovani ha difeso i due imputati nelle repliche di ieri ha spiegato: «La ricostruzione storica dei fatti non può essere messa in dubbio. Noi – ha proseguito – abbiamo la problematica delle perizie con tutte le loro contraddizioni. Ma lei signor giudice deve avere il coraggio di decidere al di là di una consulenza che ha tutti i limiti in questa materia. La storia parla da sola e il destino di queste due persone è legato alla sua decisione. Spero che il coraggio sarà la bussola che la guiderà».
Un’ora e mezzo più tardi il giudice è rientrata in aula. Per leggere la sentenza ha impiegato pochi secondi prima di uscire e lasciare i due imputati a festeggiare in un abbraccio che assomiglia tanto a una festa di compleanno.
@ fedelazzotti
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