Vullo attacca l’ Atl «Tanti soldi spariti una sola denuncia»
L’ex responsabile commerciale dell’azienda dei trasporti si difende in una testimonianza fiume: ho fatto il mio dovere
LIVORNO. «In Atl gli ammanchi ci sono sempre stati. Ma prima che raccontassi tutto in azienda venivano chiamati malfunzionamenti. Negli anni precedenti ho scoperto personalmente due dipendenti che sfruttavano il loro lavoro per guadagnarci. E anche in quel caso, come per i soldi rubati nei parcometri, ho segnalato tutto ai miei superiori. Ma in quelle circostanze i dipendenti infedeli vennero trasferiti e rimborsarono il danno, ma nessuno li denunciò alla Procura».
Paolo Vullo, 61 anni, responsabile del settore commerciale e turismo dell’azienda dei trasporti livornese fino alla primavera del 2006, quando venne licenziato dopo l’esplosione dello scandalo parcheggi, parla per la prima volta e lo fa per oltre un’ora e mezzo nell’aula B del tribunale di Livorno dove ieri pomeriggio si è chiuso il processo nel quale è imputato per omessa denuncia assieme a Bruno Cartoni, 60, accusato invece di peculato.
Macchinette anomale. Dalla ricostruzione dell’azienda tra il 2004 e il 2005 dai parcometri sarebbe sparito un fiume di denaro, quasi 400mila euro. «Anomalie alle macchinette ci sono sempre state segnalazioni, all’inizio l’ipotesi era una scarsa precisione. I primi sospetti di altre cause – ricorda Vullo – e ho avute tra la primavera e l’estate 2005. A novembre le certezze. Purtroppo in quel settore c’erano dipendenti che non erano all'altezza. Mi avevano mandato personale di risulta e forse – prosegue – anche io lo ero. Ma volevo capire le cause degli ammanchi così a fine estate ho convocato una riunione nella quale vieti di mettere le mani nelle macchinette. Affidai la manutenzione solo a Michele Setaro. Ma i conti non tornavano nemmeno con questi accorgimenti. Allora d’accordo con l’amministratore delegato procedemmo alla sostituzione delle serrature dei trentadue parcometri in città ma nonostante questo c'era comunque differenza tra ricevute e incasso. ».
L’appostamento. L’accusa nei confronti di Vullo ruota attorno al comportamento che ha tenuto il 15 novembre quando – come ricorda lui stesso – ebbe «la certezza che gli ammanchi erano legati a un dipendente». «Quella mattina – ricorda – vengo chiamato in ufficio da uno degli addetti alla sorveglianza che mi dice che ho trovato un sacchetto dentro al parcometro sugli Scali d’Azeglio. Gli rispondo: “Chiudi tutto, arrivo”. Quando sono arrivato ho visto un sacchetto che ostruiva il passaggio tra la gettoniera e l’ingresso della cassaforte. Dentro ci saranno stati 50 euro. Ho fatto chiudere il parcometro e mi sono appostato per vedere chi arrivava. Mi sono messo dietro l'edicola e dopo venti minuti ho visto una delle macchine di servizio fermarsi, dentro c’era il Cartoni: apre e poi si allontana. Quando sono andato a riaprire, la busta era sparita. Ecco perché, tornato in ufficio, ho convocato Cartoni. Non volevo che si divulgasse la voce, volevo continuare gli accertamenti, dovevo avere delle certezze. Lui mi disse che dentro al parcometro non c’era niente quando lo aveva aperto. Ed effettivamente io non gli ho visto prendere la busta. In ogni caso gli ho tolto immediatamente le chiavi».
Il giorno successivo la decisione di sostituire anche le chiave dello sportello superiore delle macchinette. «L'amministratore delegato – racconta Vullo – ha firmato l'ordine di acquisto. Ma la ditta non aveva magazzino e non sarebbe riuscita prima di un mese a farle arrivare. Così feci un giro delle ferramenta e le trovai in via Garibaldi. Nonostante questo nei giorni successivi vennero trovati altri sacchetti in piazza del Municipio, piazza del Luogo Pio, e Scali Saffi, ma secondo me erano depistaggi».
L’indagine interna. Nonostante le cautele qualche chiave, insomma continuava a girare. «Ma la differenza tra le ricevute e quello che veniva ritrovato nelle cassette – insite l’ex dirigente – piano piano è diminuita. Addirittura a metà dicembre il conteggio corrispondeva. A quel punto ho avuto la certezza che le differenze erano dovute a sottrazioni dolose. Così il 19 dicembre ho deciso informare l'ad. A Maurizio Picchi ho detto che avevo da relazionarlo su una cosa importante, ma non gli raccontai dell'episodio del 15 novembre. Per me non rappresentava una cosa centrale, forse in quel caso ho commesso un errore».
Solo nella relazione confidenziale Vullo avrebbe fatto il nome di Cartoni raccontando che aveva «l’abbonamento al Livorno in tribuna vip, disponibilità di soldi, cellulari». Cinque giorni dopo il dipendente viene sospeso, Vullo, invece, è stato poi ascoltato due volte da una commissione d’inchiesta. In gioco – conclude – c’era la mia etica, ho smesso di lavorare, mi sentivo offeso, sono cresciuto nell'azienda dei trasporti. Il 19 gennaio mi contestarono l'episodio del 15 novembre e capii che avevo fatto un errore. Non mi trovavo davanti due colleghi ma due censori. Mi contestarono la mancata sorveglianza e la volontà di coprire. Feci giustificazioni scritte ma non vennero accolte e a metà aprile fui licenziato. Il giudice del lavoro in primo grado mi ha dato ragione. In appello ha ribaltato la sentenza ora aspetto la Cassazione». E la sentenza del processo penale.
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