Il Tirreno

Livorno

ABBIAMO BISOGNO DI UN VERNACOLO 2.0

DI CLAUDIO MARMUGI
ABBIAMO BISOGNO DI UN VERNACOLO 2.0

DI CLAUDIO MARMUGI Amo il vernacolo perché le tra. dizioni sono importanti e perché racconta, attraverso le parole del quotidiano, la nostra storia. In tutte le città d’Italia, la tradizione popolare,...

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DI CLAUDIO MARMUGI

Amo il vernacolo perché le tra. dizioni sono importanti e perché racconta, attraverso le parole del quotidiano, la nostra storia. In tutte le città d’Italia, la tradizione popolare, è cullata, protetta, idolatrata.

A Livorno è un po’ diverso. Non avendo mai avuto un dialetto vero (il livornese non è una lingua – mentre il sardo, il siciliano, il milanese e il napoletano lo sono), ma “solo” un vernacolo (che è un italiano storpiato con poche regole grammaticali tramandate attraverso l’uso diretto e mai studiate) si fa un po’ di confusione. I livornesi, ad esempio, non sanno scrivere “dé”. Che è la prima parola che s’impara, prima di “mamma”.“Dé” non si scrive “deh”. E non si scrive “dhè” e nemmeno “dè”, perché l’accento va dall’altra parte.

Eppure è veramente l’intercalare più nostro, quello che ci fa riconoscere subito in mezzo a mille slang, il più pronunciato in assoluto, che esce incessantemente dalla bocca di centosessantamila persone almeno due milioni di volte al giorno (basta dirne dodici a testa). Dé – anche gli stranieri lo imparano subito, dé.

Penso che uno studio accurato del livornese oggi sia utile. Gli strumenti ci sono. La memoria storica “attiva” della Fondazione Goldoni per esempio, che ha catalogato, inventariato e resa viva tutta la storia del vernacolo livornese fino alla produzione più attuale (e anche quella futura), senza nessuna eccezione, creando un archivio libero e consultabile da tutti i livornesi.

I miei concittadini dovrebbero appropriarsene a piene mani, in particolare i giovani. E penso che a salvare la tradizione vernacolare (la nostra storia) debba irrompere la modernità, il vivere quotidiano reale. Forse è finito il tempo delle maschere, degli uomini vestiti da donna, delle famiglie incasinate, dei generi e delle nòre, dei ganzi e delle ganze, dei casigliani, e credo che sia necessario, anche qui, ripartire dai giovani, portarli sulla scena e in platea.

Annientare il vernacolo come una finestra su un mondo fantastico che nella pratica non esiste (come il neorealismo rosa di “Poveri ma belli” nel cinema era sostanzialmente una distorsione della realtà) e raccontare il mondo com’è per davvero, attraverso il linguaggio di oggi, la gente di oggi, i protagonisti di oggi, veri a 360 gradi.

Se riusciamo a trasferire sul palco un mondo percepito come reale al 100 percento, a quel punto, si potrebbe “dire” sul mondo più che in mille trattati, perché parlando una lingua universale (per noi, in città) e condivisa fra tutti (il vernacolo, appunto) sarebbe possibile intenderci al volo e accelerare i processi comunicativi (intento finale della comunicazione in quanto tale). Se vogliamo salvare la deriva del nostro vernacolo dobbiamo andare verso un livornese vero, un livornese nostro, un livornese “2.0”, fatto da giovani per i giovani, per impiantare i germi della Storia (con la S maiuscola) nelle nuove generazioni, che altrimenti sembreranno sempre così lontane, così distanti, da un mondo che invece le riguarda tantissimo, e che a loro guarda.

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