Il Tirreno

Livorno

«Rischio di perdere il lavoro ma non lo dirò a mia moglie»

di Ludovica Monarca
«Rischio di perdere il lavoro ma non lo dirò a mia moglie»

Paolo torna dalle ferie e scopre all’improvviso che l’azienda aveva dichiarato un esubero di 105 addetti Operai, impiegati e sindacati sono uniti e irremovibili: «Dovete ascoltarci, meritiamo rispetto»

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LIVORNO. «Non sapevo niente, sono tornato dalle ferie pensando che mi aspettasse un giorno di lavoro come tanti e invece, arrivando alla fabbrica, ho visto tutto fermo, e allora ho capito». Paolo ha 57 anni di cui 33 passati a lavorare con la Trw. «Il mio settore è quello delle idroguide – racconta – sono uno dei più anziani qui dentro. Quando mi hanno detto cosa stava succedendo mi sono paralizzato, non riuscivo a crederci».

Ecco cosa si prova quando senza tanti giri di parole si viene a sapere che tra al massimo due mesi il tuo lavoro potrebbe non esistere più: rabbia, sconforto, dolore, ma anche paura. Quella che ti paralizza e che prova a cancellare il futuro. Le parole pronunciate dall’azienda nell’incontro tra la Rsu Trw e le segreterie provinciali Fim, Fiom, Uilm non lasciano spazio a interpretazioni. «Ufficializzando l’esubero di 105 unità all’interno dell’azienda hanno parlato di licenziamento, con mobilità a partire dal 1 gennaio 2013. E pensare che se non ci fosse stata la Fornero sarei in pensione già da due anni», afferma Paolo. Parole dure, difficili da sostenere, specialmente se si sceglie di tenere tutto dentro. «Ho deciso che non racconterò niente a mia moglie – spiega – non voglio farla preoccupare. Non sta molto bene e voglio proteggerla fino all’ultimo. Non le farò leggere niente. Se poi dovessi davvero perdere il lavoro allora sarò costretto a dirglielo, ma non prima. Ora è il momento di lottare per ciò che ci spetta». Ecco cosa arriva dopo la paura: la voglia e la forza di combattere uniti, come una famiglia. E entrando nell’azienda in assemblea permanente è la prima cosa di cui uno si rende conto: l’unità. Tra colleghi, amici e anche tra i sindacati. «Qua dentro non ci sono differenze – afferma Veronica, 39 anni – siamo un’anima sola. Non ci sono tante cose da dire: o ci salviamo tutti o sprofondiamo tutti. L’azienda si deve rendere conto che qui dentro ci sono persone, non automi». Veronica è separata con due figlie a carico, «combatto anche per loro, nessuno riuscirà a smuovermi», afferma sicura. Quando ha saputo di ciò che stava succedendo era a lavoro, sul punto di entrare in pausa pranzo con la sua collega e amica Melissa, 35 anni. «Ci hanno telefonato – raccontano – e non sapevamo se ridere o piangere. Ci sembrava una situazione assurda . Per questa azienda abbiamo fatto enormi sacrifici, anche lavorare con la temperatura sotto lo zero, non possono trattarci così». Le parole di Veronica, Melissa e Paolo sono le stesse che riecheggiano per tutta l’azienda. Nella sala dove una volta si facevano riunioni e corsi di aggiornamento centinaia di dipendenti discutono il futuro dell’azienda. Si danno il cambio durante la giornata. I turni sono quelli di lavoro, durante quelli notturni, proprio come quando l’azienda era aperta, nessuno dorme. Qualcuno ogni tanto gioca a carte, prova a scherzare e distrarre i compagni, «ma è difficile non pensare a ciò che sta accadendo – spiega Melissa – Il pensiero torna sempre lì. Non oso nemmeno pensare a cosa potrebbe accadere se dovessi perdere il posto. Fuori da questa fabbrica non ci sono prospettive di lavoro per nessuno di noi. Uscire di qui è come morire».

Melissa guarda Veronica, uno sguardo che è più di un’intesa, è un vero abbraccio. «Questa azienda è come casa mia ci sono cresciuta professionalmente e ho anche trovato mio marito. Certo , se avessi trovato un imprenditore sarebbe stato meglio....», scherza Melissa sorridendo. Un sorriso che ti spiazza, ma dura poco. «Vedi? È difficile non tornare subito alla realtà», dice. E la realtà non lascia spazio a interpretazioni. «La nostra posizione è chiarissima – affermano le Rsu Trw delle tre sigle sindacali – l’assemblea permanente continuerà fino a che non riusciremo ad avere un confronto con i vertici della multinazionale e delle istituzioni locali e regionali per esaminare gli accordi e gli impegni disattesi». «Siamo pronti a discutere soluzioni che vadano nella direzione del mantenimento dei posti di lavoro – continuano – a partire da un accordo di solidarietà che riteniamo possibile e praticabile. Qualora la multinazionale ritenesse indispensabile un ridimensionamento degli organici al fine di un rilancio dello stabilimento, questa operazione deve passare da un esodo volontario e incentivato».

Tutti uniti, tutti irremovibili, tutti sicuri che lo stabilimento di Livorno (che nonostante le cure dimagranti negli anni ha ancora un saldo positivo)meriti una possibilità. «Anni fa la stessa azienda disse che tenere aperta una struttura con meno di 400 dipendenti era una follia, ora vogliono ridurre il personale sotto quel numero facendoci credere che non sia il primo passo verso il baratro – affermano le rsu – Lo consideriamo inaccettabile. Per anni ci hanno fatto stringere la cinghia con promesse che non sono state mantenute». « Gli stessi dirigenti inglesi durante una visita dello scorso giugno fecero i complimenti al nostro stabilimento – concludono – Ora basta, meritiamo rispetto e lotteremo fino alle fine per ottenerlo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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