Il Tirreno

Livorno

MA L’ABITO NON FA IL DOCENTE

di Cristiana Grasso

 

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La moda parla sempre più unisex, ma il “vestirsi da donna” è ancora considerato una scelta legata a sessualità e a orientamento sessuale, dalla seduzione fino alla provocazione, scollature e gambe in mostra, tacchi alti e forme in evidenza. Ossia: lei si veste per piacere a lui, lui si veste e basta. E non importa se ormai, per praticità o per eleganza, eserciti di donne hanno guardaroba pieni zeppi di pantaloni larghi, scarpe basse, maglioni lunghi e larghi.

Quando la direttrice della scuola dove la maestra Greta si preparava a prendere servizio le ha chiesto di “vestirsi da uomo” deve aver comunque pensato che quello da scongiurare fosse un abbigliamento simbolico e ostentatamente femminile. Quel look che i maschi “normali” adottano solo nel gioco del travestimento e del teatro popolare, esorcizzando, nel ridicolizzarla, una temuta femminilità.

Quel look magari anche civettuolo che è comunque permesso a una maestra nata femmina ma evidentemente non a Greta, che all’anagrafe resta ancora maschio e che l’onore e la dignità del maschio deve difendere. Un problema, quello dell’abbigliamento di genere, che quasi certamente non si sarebbe posto nel caso di un’insegnante donna intenzionata a “vestirsi da uomo”: nell’immaginario collettivo giacca e pantaloni non insidiano la credibilità del ruolo...

Ma Greta o Fabio o Antonella o Giovanni, al di là della loro sessualità, sono prima di tutto persone, e subito dopo docenti. Devono essere liberi di vestirsi come vogliono, con un solo limite che vale per tutti: niente eccessi, siamo a scuola...

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