Il Tirreno

Livorno

Gina e Silvio, la storia bella di due ragazzini di campagna

di Cristiana Grasso
Gina e Silvio, la storia bella di due ragazzini di campagna

Si sono sposati nel 1942: nel casolare di Stagno hanno allevato cinque figli

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LIVORNO. Gli anni, settant’anni, scorrono nel salotto al primo piano del casolare immerso nel verde, a Stagno, una delle fattorie più antiche della zona. Scivolano dalle parole di Gina e Silvio Brunetti e si fermano nelle centinaia di fotografie raccolte ordinatamente in una decina di album, capitoli di una vita lunga fatta di gioie e dolori, tanto lavoro duro nei campi, cinque figli da tirare su. Battesimi, cresime, comunioni, ovviamente matrimoni. Una sola, in bianco e nero, quella che ricorda il loro di matrimonio: era il 1942, di soldi ce n’erano davvero pochi, ma la sposa ha un bellissimo vestito bianco e la festa ci fu eccome. Erano ragazzi Gina e Silvio, fidanzati da sempre. E anche ora, che hanno lui 93 e lei 88 anni, pochi giorni dopo aver celebrato le nozze di ferro in un ristorante «perché tutti in casa non ci entriamo più», si guardano e si accudiscono con un amore che ha il sapore di altri tempi.

Un amore che è l’orgoglio dei loro figli: Enrico, Silvano, Anna e Gabriella. Un amore che era l’orgoglio anche di Marisa, la figlia che non c’è più e che nonostante il calore di tutta la tribù che nei momenti più bui si stringe per farsi forza, ha lasciato un buco nel cuore. Un amore inossidabile che anche i nipoti e i bisnipoti venerano, tanto che Daniele, che è ingegnere, ha voluto per questo anniversario di matrimonio speciale un ricordo speciale e ha postato i super nonni anche su Facebook.

Super nonni davvero, gente tosta che ne ha viste tante. Gina racconta che da queste terre non si sono praticamente mai mossi. Lei sempre indaffarata tra figlioli da tira su, le mucche da accudire, l’oro e i campi da non fare andare in malora. Sempre accanto a lui, sempre insieme. In città si andava solo per le grandi occasioni. «Una volta l’anno a Montenero e una volta a Roma, con una gita organizzata per i lavoratori della fattoria Suese per la quale lavoravamo». Qualche volta Silvio si concedeva un pomeriggio di cinema e varietà, al vecchio Politeama soprattutto «e andava con l’autobus perché noi non abbiamo mai avuto la macchina e nemmeno un motorino, l’unica volta che negli anni Cinquanta Silvio andò con un suo amico gli fecero la multa perché erano in due e allora non ne ha più voluto sapere». Il loro regno è sempre stata la fattoria insomma, «eppure - raccontano i figli - noi siamo comunque sempre andati in giro, a Livorno o a Collesalvetti. A scuola, con gli amici. Sono stati genitori stupendi, non ci hanno mai dato neppure uno sculaccione». La guerra (Silvio è stato prigioniero in Algeria, è quasi diventato cieco per la fame e per la sete...), il dopoguerra e tutti quei ragazzini da far crescere «ma per fortuna lavorando la terra da mangiare non ci è mai mancato...». Poi, piano piano, i tempi moderni che avanzano, e sono sempre le foto a raccontare le tappe di family story. Anni Sessanta il matrimonio di Marisa, ancora immagini in bianco e nero, pettinature alla Sylva Koscina, «ed erano anni in cui c’era la speranza in un futuro migliore, il mondo era dalla nostra parte, il benessere a portata di mano» ricorda Anna, che ora ha 54 anni. Anni Settanta invece il matrimonio di Gabriella, colori e maschi con i capelli lunghi e pantaloni a campana, anche qui una finestra sulla storia di tutti e una famiglia grande e felice.

Cresciuta senza lussi ma anche senza privazioni. A scuola andavano tutti i ragazzini Brunetti «e eravamo sereni, ci accontavamo di quello che avevamo - racconta Gabriella - .Io tornavo a casa a piedi dalla scuola, a volte mi dava un passaggio una mia compagna che era figlia di un dirigente della Stanic, aveva la Mercedes, e io ero felice che mi accompagnasse, non sono mai stata invidiosa, i nostri genitori ci avevano insegnato che bisogna apprezzare la vita come viene, che già avere una famiglia che si vuole bene è una grande ricchezza».

I due “sposini novelli”, come ama definirli il nipote Daniele, concordano: «Il segreto del nostro amore? Volersi bene, non avere grilli per la testa, e noi con tutto il lavoro che c’era da fare, dall’alba al tramonto, di distrazioni ne avevamo davvero poche. Oggi è tutto divero, ci sono tante tentazioni. E va a finire che l’amore, anche quando c’è, si perde per la strada...».

crigrasso

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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