Il Tirreno

Livorno

Amici Company tra “gollettoni” contanti e supercar

di Federico Lazzotti
Amici Company tra “gollettoni” contanti e supercar

Nella sentenza Polinti uno spaccato di Livorno dove l’accusatore si rivela un faccendiere spregiudicato

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LIVORNO. Nella “Società degli Amici” si paga in contanti, si va in giro a bordo di auto di lusso, meglio se Mercedes, si comprano e vendono locali lungo la costa, come il “Caprice”, a Viareggio, «sfruttando le difficoltà economiche dei proprietari». E soprattutto ci si aiuta l’uno con l’altro. Come? Con prestiti o partecipazioni in quella o in quell’altra società, che si tratti di costruzioni oppure caffè, poco importa. Probabilmente – scrivono i giudici – gli affari vengono «gestiti fiscalmente e contabilmente in modo irregolare». Ma niente di più: nessun reato come invece chiedeva il pubblico ministero Massimo Mannucci. E in ogni caso se qualcuno fa il furbo e non restituisce quello che ha avuto, allora sono guai: volano parole grosse, pressioni e nel peggiore dei casi anche qualche gollettone, come si dice a Livorno.

È successo così ad Andrea Quaglierini, chiacchierato commercialista e grande accusatore nel processo per usura che si è chiuso con un nulla di fatto il 23 luglio scorso «per mancanze di prove». Sul banco degli imputati Andrea Polinti, 45 anni, Yuri Cambi, 43 e Fabrizio Perassi. I primi due erano stati arrestati il 23 febbraio 2011 in piazza del Municipio e condannati in primo grado per l’esercizio arbitrario delle proprie ragione (chiedevano a Quaglierini di saldare un debito di qualche migliaia di euro) e porto abusivo di una mazza da cricket a 13 mesi il primo e ad un anno il secondo.

È nelle ventotto pagine delle motivazioni alla sentenza, firmate dal presidente del Collegio, il giudice Gabriella Marinelli, e depositate nei giorni scorsi, che è possibile entrare «in un contesto di rapporti di amicizia, lavoro e collaborazione reciproca che rappresenta indubbiamente, una realtà criminosa anomala anche sotto il profilo della verosimiglianza logica».

L’amicizia. Più che la figura degli imputati quello che emerge dalla sentenza è la personalità di Quaglierini, commercialista, amico di vecchia data di un agente della Polstrada, che tra il 10 e il 14 gennaio 2011 si presentò negli uffici della Questura raccontando di essere in mano ai cravattari che gli avevano «prestato 20mila euro con un tasso di interesse 20%».

Dalla ricostruzione dei giudici è emerso che Polinti e Quaglierini si erano conosciuti nel 2007 quando il primo si affidò allo studio dove lavorava il secondo per la gestione contabile delle sue società. «Nel 2009 il professionista – aggiungono – raccontò che la sua fidanzata era molto malata e allora il Polinti, per dargli un sostegno, gli face acquistare la sua Mercedes Cls che stava pagando a rate alla concessionaria Auto Italia, poi sparita dal Pra e venduta all’estero».

È da qui che iniziano i favori a Quaglierini: un primo prestito di 10mila euro nel luglio 2010, un viaggio a Milano per incontrare Fabrizio Corona con il quale voleva fondare l’associazione “Articolo 27” a tutela delle vittime degli errori giudiziari, poi un altro prestito per la stessa cifra e un finanziamento di altri 10mila per acquistare il locale “Caprice”, dove il 13 gennaio Polinti si è presentato per riavere parte del denaro che aveva prestato.

Il ritratto del commercialista. «In merito all’affidabilità e serietà del Quaglierini – scrivono i giudici – sono emersi numerosi dubbi che nemmeno il pubblico ministero è riuscito a dissipare». Tra gli altri c’è la vendita all’estero dell’auto comprata con la garanzia del Polinti, l’arresto per associazione a delinquere e infine l’impegno economico con la Fraschetti immobiliare, dove il Perassi lavorava, con due preliminari di vendita per una villetta da 600mila euro a Montenero, firmati nonostante le difficoltà economiche.

Ecco perché «in assenza della documentazione che provi l’usura, il profilo della credibilità soggettiva delle accuse è, dunque, tutt’altro che soddisfatto, emergendo dal contesto descritto e dal tenore complessivo delle dichiarazioni rese in dibattimento da Quaglierini, non certo la figura di un professionista serio ed accorto, improvvisamente colpito da una disavventura giudiziaria e quindi privo di mezzi necessari per vivere dignitosamente, bensì quella di un faccendiere disinvolto e spregiudicato, amante del lusso, abile affabulatore che non ha esitato ad emettere assegni privi di copertura e con firma apocrifa per acquistare un’intera palazzina, in epoca successiva alla cessazione dell’attività lavorativa; ad acquistare u’auto costosa senza averne i mezzi, vendendola ad un commerciante estero prima di aver corrisposto l’intero importo al venditore; ad intraprendere senza risorse e competenze attività imprenditoriali inconsistenti come la gestione della discoteca che è apparsa chiaramente un’iniziativa volta, essenzialmente, ad illudere i creditori e ad ottenere nuovo credito non solo da Polinti e Cambi».

Le conclusioni. «La pretesa di interessi così elevati e l’arrendevole accettazione del Quaglierini – si legge nella sentenza – appare francamente in contrasto sia con l’intraprendenza dimostrata dal commercialista, sia con il clima di amicizia e collaborazione al quale era improntato il rapporto tra Quaglierini e Polinti».

Poi c’è la mancanza di prove, perché i 57.500 euro in contanti trovati a casa del Polinti «non costituiscono un indizio univoco della condotta illecita contestata». Anche perché «sia Polinti che Cambi non sono stati trovati in possesso di cambiali, assegni, annotazioni e qualunque altro documento rappresentativo di un’attività di erogazione di prestiti a tassi usurai, bensì di agende con annotazioni e appuntamenti inequivocabilmente riferibili a molteplici e produttive attività imprenditoriali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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