Italia
Trelleborg li licenzia il giudice li fa riassumere
«Criteri arbitrari nelle scelta dei dipendenti da salvare». Otto lavoratori vincono il ricorso contro l’azienda: dovranno essere reintegrati e riscuotere gli arretrati
LIVORNO. «Ci siamo ripresi la nostra azienda. L’abbiamo vista crescere da quando si chiamava Polypac ed era poco più di una bottega di famiglia: siamo stati licenziati ingiustamente, lo abbiamo dimostrato e ora vogliamo solo tornare al nostro lavoro, con dignità». Oggi a festeggiare sono in otto. Otto lavoratori che nell’ottobre del 2010 sono stati messi in mobilità dalla Trelleborg, colosso delle guarnizioni industriali che ha sede al Picchianti, con oltre cento dipendenti.
Gli operai - difesi dall’avvocato Marco Guercio - hanno fatto ricorso al tribunale del lavoro: tre giorni fa, con la sentenza numero 497, il giudice Silvia Barison ha dichiarato il licenziamento collettivo illegittimo e ha condannato la multinazionale a reintegrare tutti i lavoratori, pagare le retribuzioni arretrate e regolarizzare l’aspetto assistenziale e previdenziale.
Sul bancone c’è finita la storia di sette magazzinieri e un impiegato che oggi, nel mare della crisi, si riprendono il lavoro. Sono Andrea Palamara, Giovanni Corsi, Mirco Bibbiani, Carlo Freschi, Massimo Bardi, Stefano Bellatalla, Giacomo Meini e Ilio Campana.
Il 4 ottobre di due anni fa hanno ricevuto dalla sede di via March la lettera che annunciava il “recesso del rapporto di lavoro”. Ma per capire le cause del licenziamento bisogna andare a ritroso fino al 2008, quando Trelleborg decide di esternalizzare il settore della gomma tela e con il sigillo di sindacati e confindustria firma un accordo con uno dei suoi fornitori principali, la società Gb di Bergamo.
Stando all’accordo a Gb, diventata Gbl a Guasticce, devono passare (attraverso la mobilità) 70 lavoratori. Ma col tempo, complice la crisi, le forze riassorbite si fermano a 48. Intanto Trelleborg si concentra sulla produzione di poliuretano.
Gli otto lavoratori che poi finiranno in mobilità, sono impegnati nel magazzino marketing di Trelleborg: in tutto 33 unità, che gestiscono il materiale da consegnare ai clienti. Compresa la gomma tela prodotta a Guasticce, che continua ad essere commercializzata dalla multinazionale.
Dalla casa madre a Stoccarda, però, decidono di accentrare le vendite e le forze in magazzino vengono dimezzate: 16 lavoratori passano alla produzione, mentre per fare posto a nuovi macchinari che devono aumentare la produzione di poliuretano nella sede, gli altri 17 vengono spostati in un nuovo magazzino in via Soffiatori del Vetro.
Siamo nel 2009, cresce la crisi, l’azienda comunica il ricorso alla cassa integrazione. Dopo una serie di passaggi interni e prepensionamenti, in magazzino restano in 12. Trelleborg li mette tutti in mobilità: 8 si rivolgono al legale, 4 decidono di accettare la via d’uscita proposta al tavolo con la Provincia, ovvero un contratto con la Livas, che però cesserà l’attività poche settimane dopo.
Nel ricorso presentato nell’aprile del 2011 i legali degli otto (allora) ex dipendenti mettono l’accento sul mancato rispetto degli accordi che avrebbero dovuto regolare gli esuberi nell’esternalizzazione della gomma tela, «mentre in azienda - sostiene la difesa - si continuava a incrementare il personale con contratti a termine» .
Ma soprattutto parlano di «atteggiamento discriminatorio» e «criteri assolutamente arbitrari nella scelta dei lavoratori da salvare» in quel decisivo passaggio da 33 a 16 in magazzino, facendo capire che ad avere la peggio sono stati i lavoratori “più costosi”, ovvero quelli con famiglie a carico e impegnati nel settore da una vita.
«C’ero quando l’azienda si chiamava ancora Polypac», racconta il capo turno Mirco Bibbiani, due figli, 54 anni, da 34 nel magazzino (e delegato Cgil). «L’ho vista diventare un fiore all’occhiello, la sentivo mia, poi mi hanno buttato all’angolo come i pugili». Accanto c’è Massimo Bardi, 55 anni, a lavoro da 33: anche lui tra i veterani dell’azienda. Le storie si assomigliano tutte e assomigliano a quelle di altre famiglie in crisi: per qualcuno la mobilità copre solo un anno, vengono congelati i mutui, nascono o si accentuano i contrasti familiari che portano a separazioni e divorzi.
Le motivazioni che hanno spinto il giudice a riconoscere l’«illegettimità» del licenziamento collettivo saranno rese note tra qualche giorno. Intanto gli otto lavoratori festeggiano e ripetono che «decidere di affrontare questa causa è stato un rischio enorme, ma l’orgoglio, il senso di giustizia e la volontà di difendere la nostra dignità ci hanno spinto ad andare avanti. Non siamo assenteisti, non abbiamo causato problemi. Quest’azienda l’abbiamo creta un pezzetto alla volta anche noi: sentiamo di aver ripreso quello che era nostro».
Trelleborg potrebbe anche decidere di fare ricorso: intanto dai legali è partita la lettera di reintegro.
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