Il Tirreno

Livorno

Dalla baldoria alle bombe I passi falsi del commando

di Federico Lazzotti
Dalla baldoria alle bombe I passi falsi del commando

Volti scoperti, tracce on line e testimonianze per un mosaico ancora incompleto I due mesi di inchiesta che hanno portato a scoprire i componenti della banda

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LIVORNO. I volti dei primi due ragazzi identificati il giorno successivo all’attentato grazie alla telecamera puntata contro l’ingresso di Equitalia e la speranza, per questo, che fosse un’indagine in discesa. Poi la beffa dentro a quelle stesse immagini: troppo buie perché i fari riuscissero ad illuminare quelle facce e dare un nome alle altre sagome in fuga che componevano il commando.

Hanno impiegato due mesi e sono dovuti ripartire dai particolari gli investigatori coordinati dal pubblico ministero Antonella Tenerani per ricostruire «una notte di baldoria finita con due bombe e un incendio» e iscrivere nel registro degli indagati otto ragazzi e una ragazza tra i 23 e i 27 anni con l’accusa di porto e detenzione di armi e danneggiamenti in seguito a incendio doloso.

«L’inchiesta – confermano dalla Procura – è un mosaico che si è via via completato ma che ad oggi non può dirsi ultimato». Spiega in altre parole il procuratore capo Francesco De Leo sottolineando che i nove non sono accusati né di terrorismo né di associazione a delinquere: «È possibile che nel proseguo delle indagini persone indagate risultino estranee all’inchiesta e che altre per il momento rimaste fuori possano entrarci».

I particolari iniziano dai passi falsi compiuti la notte tra l’11 e il 12 maggio dai presunti componenti della banda. A cominciare dai volti scoperti di molti di loro e dalle auto ammaccate, ma con la targa impossibile da leggere, filmate mentre passavano «più volte» davanti alla sede dell’Agenzia e nelle strade vicine. Poi ci sono state le mezze frasi scritte dai presunti autori prima dell’agguato e recuperate sui social network nei giorni seguenti.

È da qui che gli uomini della Digos e del Ros hanno tratteggiato i profili dei possibili autori: «non professionisti o guerriglieri legati a gruppi organizzati, ma emulatori, frequentatori di aree antagoniste che lo hanno fatto per mettersi in mostra».

Anche perché il clima che ha preceduto l’attentato aveva fatto pensare a ben altro. C’era stato il corteo di Napoli contro Equitalia finito in guerriglia e il pacco bomba a Roma, per non parlare dell’attentato di Genova al dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi. Un’area così tesa da far muovere da Firenze la direzione distrettuale Antimafia.

Non è un caso allora – raccontano gli inquirenti – che proprio nel cuore dell’antagonismo labronico gli investigatori abbiano trovato una conferma al contrario rispetto alla strada che avevano imboccato. Alcune settimane dopo l’attacco, infatti, pare che i vertici abbiano chiuso la porta in faccia a due dei presunti autori. «Qui è meglio che non vi facciate più vedere», sarebbe stato il messaggio.

Le ultime conferme per dare un nome agli altri sette spettri che si sono mossi davanti a Equitalia li hanno dati i pedinamenti e gli occhi di chi quella notte intorno alle 4 ha aperto le finestre su via Indipendenza e ha visto «un gruppo di ragazzi scappare in mezzo alle fiamme in direzione di piazza Cavour e piazza San Pietro e Paolo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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