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Quei fantasmi che corrono incontro alla morte
LIVORNO. «Quando li vedi correre nel buio, incontro alla morte, non puoi fare niente. Tu sei impotente, e loro sono fantasmi. Pronti a rincorrerti, ogni notte. Fino a cinque, sei volte nello stesso...
LIVORNO. «Quando li vedi correre nel buio, incontro alla morte, non puoi fare niente. Tu sei impotente, e loro sono fantasmi. Pronti a rincorrerti, ogni notte. Fino a cinque, sei volte nello stesso sogno. Un incubo da cui non si sfugge, esattamente come loro non possono, anzi non vogliono sfuggire alla morte».
Succede molto spesso. E da quando c’è la crisi è ancora più frequente. Vite spezzate che s’infrangono contro il muso di un inesorabile serpentone dalle giunture gracchianti. Da una parte c’è chi decide di farla finita. Dall’altra c’è un uomo che sta svolgendo il suo lavoro: condurre un treno, a sua volta pieno di vite di cui lui ha la responsabilità. Un macchinista che, quasi sempre nella penombra (perché la notte spesso ha il crudele fardello della morte), vede all’improvviso spuntare una sagoma che gli corre incontro. Oppure un peso morto che si lascia cadere sul ferro gelido delle rotaie. «E quando lo vedi non puoi più fare niente, è troppo tardi - racconta un macchinista che fa servizio sui regionali - Chi si vuole ammazzare si lancia all’ultimo istante. Ed è quasi impossibile evitarlo».
Il giovane macchinista ha alle spalle dodici intensi anni di servizio nel corso dei quali s’è fatto le ossa. «Mi sono capitati tre casi di suicidio nel giro di sei anni, un ogni due - racconta con apparente freddezza - E tutte e tre queste persone facevano finta di nulla, cioè fingevano di essere lì per caso». La prima esperienza è stata la peggiore: la donna era ferma sul binario. «Sembrava aspettasse il treno per salirvi», dice il ferroviere. E invece, novella Anna Karenina, quella donna si lanciò sotto al convoglio. Lo stesso Tolstoj, per il suo camaleontico romanzo, s’era ispirato a un fatto di cronaca. «Fu uno choc - prosegue il macchinista - E sono cose che non si dimenticano. Non puoi non pensarci». Gli altri due casi capitati al giovane non sono stati meno drammatici: «Entrambi facevano finta di passeggiare e invece all’ultimo secondo hanno cominciato a correre. Io non ho potuto fare niente: certo, ho rallentato, ma è stato inutile. Un treno ha spazi di frenata troppo lunghi. E chi vuole farla finita punta su questo aspetto». Una locomotiva che va a cento all’ora (che è il limite previsto in un punto come il passaggio al livello delle Sorgenti) ha uno spazio di frenata di 3-400 metri.
Che effetto fa trovarsi in una situazione del genere? «È terribile e capita molto di frequente: negli ultimi anni poi, succede sempre più spesso. Gente che perde il lavoro, che ha il mutuo da pagare e i figli da mantenere, decide di mollare tutto. Molto probabilmente sono persone che hanno un malessere che cova da prima. Fatto sta che, quando uno ha deciso di farla finita, non ci sono ma che tengano».
La frequenza di questi casi fa sì che un elevato numero di ferrovieri siano rimasti coinvolti, almeno una volta, in episodi di suicidi. «È raro trovare un macchinista che non sia stato vittima di un’esperienza simile - conferma il giovane - La sindrome più diffusa è quella dei flash back notturni da cui è difficile liberarsi. Rivedi di notte frammenti di quella scena drammatica. Per questo molti miei colleghi sono costretti a seguire una psicoterapia come sostegno. E finisce che quasi tutti lasciano il lavoro o cambiano mansione, facendosi trasferire negli uffici».
Lara Loreti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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