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Bagni a rischio in poche bracciate Il paradosso del divieto
Basta tuffarsi a San Jacopo e nuotare verso l’Accademia e d’improvviso l’acqua diventa pericolosa
LIVORNO. La linea è immaginaria ma a leggere i dati dell’Arpat funziona come un muro di Berlino: da una parte il mare pulito, quello buono, in cui tuffarsi e nuotare anche a bocca aperta. Dall’altra il mare inquinato, quello in cui il batterio dell’escherichia coli ha superato la soglia di legge e il bagno è rigorosamente vietato.
La linea immaginaria l’Arpat l’ha disegnata al moletto di San Jacopo: a nord di quella retta l’acqua è pulita, il bagno possibile, il rischio per la salute pari a zero. A sud invece l’ordinanza del sindaco Cosimi non lascia dubbi: divieto di balneazione fino a quando i campionamenti non daranno un esito diverso.
Possibile? Sì, e l’Arpat l’ha ribadito anche ieri annunciando i risultati delle analisi effettuate nei giorni passati nell’area di mare che da San Jacopo arriva fino alla punta di Acquaviva: «Risultati nei limiti di legge», recita la nota dell’agenzia regionale per l’ambiente.
Ma i dubbi dei livornesi sono leciti. Perché dividere il mare in settori ha sicuramente una motivazione scientifica e una valenza pratica (d’altra parte qualunque cosa inizia e finisce da qualche parte), ma visto che i muri divisori di quei settori sono soltanto linee disegnate a matita sulle mappe, non possono non sorgere dubbi sul fatto che a distanza di appena cento metri il giudizio sulla qualità dell’acqua possa essere letteralmente capovolto, così diverso da vietare oppure permettere la balneazione. Storia vecchia, dirà qualcuno, ma non per questo da non raccontare.
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