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Livorno

Le lacrime dell’amico «Non risaliva più e mi sono buttato»

Le lacrime dell’amico «Non risaliva più e mi sono buttato»

Il racconto del collega che era con la vittima «Ci siamo immersi insieme, sono tornato a riva da solo»

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LIVORNO. Piange e sanguina Fabio, ufficiale per una vita e pescatore per passione, seduto su una sedia di plastica gialla all’estremità del porticciolo di Antignano, dove inizia il secondo braccio e inizia il suo sfogo: «Tiravo la corda, ma il pallone era incastrato e non veniva su. Tiravo ma non c’è stato nulla da fare, il pallone era incastrato», ripete ripercorrendo il tentativo di salvare l’amico morto sott’acqua a 23 anni.

Dietro di lui c’è chi fa colazione e legge il giornale. Più avanti si fa il bagno. In mezzo al piazzale resta la salma di Michele D’Amico coperta da un telo bianco che dopo un’ora viene protetta da un ombrellone che i proprietari del bar hanno prestato.

Fabio si mette le mani in faccia mentre gli infermieri della Misericordia di Montenero medicano il piede che si è ferito nel tentativo di salvare l’amico. Ma il dolore sembra arrivare da dentro, dal ricordo di quello che è successo un’ora prima.

«Ero uscito dall’acqua – ha spiegato ai carabinieri che indagano e che lo hanno ascoltato per un’ora – mi ero messo a sedere su alcune panchine che stanno in fondo alla spiaggia e lo controllavo dalla riva. A un certo punto l’ho visto che si è immerso. Passava il tempo e non lo vedevo più riemergere. Mi sono preoccupato e sono andato a vedere che cosa era successo».

Da una berlina scura esce l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. Fabio è il primo che il comandante dell’Accademia cerca. I due parlano, l’ufficiale racconta anche al suo superiore quello che è avvenuto. Perché e quando i due ragazzi sono arrivati “al Sale” per una battuta di pesca. «Ci siamo buttati prima delle 8 – ha spiegato lo stesso Fabio agli investigatori – poi ci siamo divisi, ognuno batteva una zona della scogliera. Abbiamo pescato per oltre un’ora, io sono uscito poco dopo le nove e mi sono messo sulla spiaggia».

Quando Fabio ha visto che l’amico non tornava su, ha detto a chi affitta le sdraio di chiamare aiuto. Poi la corsa verso il punto dove Michele si era immerso per l’ultima volta. «Ho preso il pattino e sono andato anche io – racconta Roberto Matarresi – ma non siamo riusciti a tirarlo fuori. Dopo un po’ sono arrivati i sommozzatori dei vigili del fuoco, si sono immersi e lo hanno riporto in superficie».

Molto probabilmente il guardiamarina a quel punto era già morto. «Non so che cosa sia potuto succedere», spiega Fabio ai compagni di corso che cercano di fargli forza.

Federico Lazzotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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