Il Tirreno

Livorno

I fusti tossici dispersi in mare e la macchina dell'impunità

Andrea Lazzeri

 

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Il sospetto è forte, ricco d'indizi da trasformarsi quasi in una certezza: hanno sperato di farla franca, di non pagare lo scotto di un disastro dalle dimensioni ancora incalcolabili. O, quantomeno, di mettere la sordina a un evento che minaccia la salute del nostro mare. Basta ricordare qualche numero e la sequenza degli eventi.

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Era una notte buia e tempestosa quella del 17 dicembre dell'anno scorso quando il cargo Venezia della compagnia Grimaldi viene sballottato dai cavalloni e un rimorchio pieno di veleni casca giù. Una serie di ondate - così ci hanno raccontato - trascina a fondo 198 fusti blu pieni di sostanze tossiche, rifiuti industriali, in particolare nikel e molibdeno, residui di catalizzatori. Dopo qualche giorno, un breve comunicato della Capitaneria di porto invita, chiunque li avvistasse, a non toccarli perché, a contatto con l'aria, rischiano di esplodere e fare una forte fiammata. In altre parole le autorità marittime ci dicono che il pericolo è grave ma non si fa neppure un accenno alla necessità di andare a vedere cosa sia davvero avvenuto e come ridurne le conseguenze.

Sotto l'albero di Natale si accumulano chiacchiere e scaramucce su chi deve informare chi e sul chi deve andar a cercare il malperso. Trascorse le feste, continua il rimpallo: litigano Comune e Capitaneria, il governo nazionale tace, quello della Regione cerca di mediare. La magistratura apre un'inchiesta che nessuno sa ancora se abbia prodotto alcunché, mentre i vertici della Grimaldi stanno alla finestra. E i mesi passano. Solo a febbraio -due mesi dopo - finalmente si decidono ad armare la Minerva 1 con robot e sonar. E solo allora si svegliano anche i controllori dell'Arpat che calano le reti per analizzare i pesci.

E' così che tirano fuori il primo e unico bidone, per sbaglio. Ed il fusto è anche aperto, segno che la contaminazione delle acque è già avviata. Invece di accelerare, tutto rallenta. Minerva 1 torna in porto dopo aver segnato sulla mappa la posizione di 95 fusti. Missione finita nonostante ne manchino all'appello 102. Bisogna attendere la metà di maggio - cinque mesi dopo l'incidente - perché una nuova nave , la Sentinel 2 , inizi una seconda battuta di ricerche. Non trova niente e niente più cercherà. Domani la Sentinel collauderà i sistemi di ripescaggio dei 95 fusti.

E gli altri sparsi sui fondali? Nessuno, ma proprio nessuno, sa che pesci pigliare. L'assessore regionale Bramerini invoca la Marina militare, ipotesi che circola da mesi senza costrutto. Gli altri fanno finta di nulla trincerandosi nell'intricato sistema delle competenze che, ovviamente, sono sempre di qualcun altro. Un'ennesima brutta figura da parte delle istituzioni che alimenta quella logica dell'impunità così diffusa nel nostro Paese. Quando il danno è grande è quasi impossibile trovare il colpevole e, anche nei rari casi in cui venga scoperto, non paga.

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