Il Tirreno

Livorno

Fari delle telecamere spenti. Il video è buio e sei facce sono un mistero

di Federico Lazzotti
Fari delle telecamere spenti. Il video è buio e sei facce sono un mistero

I residenti si sono lamentati dopo l’installazione di una luce davanti all’ingresso. Analisi delle impronte trovate sulle molotov e le verifiche su Facebook

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LIVORNO. I fari puntati verso l’ingresso della sede Equitalia erano stati abbassati un mese prima dopo le proteste dei residenti che non riuscivano a dormire, così le immagini registrate dalla telecamera la notte dell’attentato risultano «sgranate e di pessima qualità».

Ecco perché sei delle otto facce che compaiono nel video del 12 maggio e ora nelle mani dei carabinieri potrebbero restare un mistero avvolto nel buio; spettri, anche se molti dei quali con il volto scoperto, che poco dopo le quattro del mattino si aggirano in via Indipendenza, gettano due bombe molotov e un petardo tra le maglie della saracinesca, cercano di dare fuoco a degli stracci appesi alle finestre e al primo rumore di una macchina scappano a piedi in direzioni diverse.

Per capire le radici dell’intoppo investigativo è necessario tornare al gennaio scorso quando sempre alla sede Equitalia di Livorno arrivò una busta indirizzata al direttore con dentro un proiettile e una lettera delirante di minacce. Pochi giorni dopo investigatori e direzione di Equitalia decisero di mettere una telecamera, travestita da contatore e puntata sull’ingresso dell’Agenzia, all’angolo tra via Indipendenza e piazza San Pietro e Paolo. Per illuminare la strada venne deciso di mettere anche un faretto «molto potente» per far sì – questo era il progetto – di illuminare la zona anche di notte. Spiega chi conduce le indagini: «Dopo un mese dall’installazione del faro alcuni residenti hanno protestato perché la luce era troppo forte e quindi di notte entrava nelle loro case». A metà di marzo, dopo diverse rimostranze, la decisone di abbassare l’intensità del faro. Appena in tempo affinché la notte dell’attentato l’illuminazione in via Indipendenza fosse poca o nulla, in ogni caso scarsa.

Così sulla telecamera è rimasta impressa solo la faccia di due attentatori, identificati – confermano gli inquirenti – ma non ancora iscritti nel registro degli indagati in attesa di alcune conferme. Prima fra tutte quella sulle impronte digitali e le tracce biologiche ritrovate sui due ordigni inesplosi e analizzate dai laboratori della polizia. Altro filone di indagine riguarda invece le tracce che parte del commando avrebbe lasciato on line, soprattutto su Facebook, nei giorni precedenti all’attacco.

Ogni mattina, il pubblico ministero Antonella Tenerani, titolare dell’inchiesta, si confronta sia con gli agenti della Digos che si occupano della parte scientifica e i militari del Ros che invece stanno effettuando le indagini multimediali. È dalla sovrapposizione di queste informazioni con le sagome registrate nel video che il pool è convinto, nonostante le difficoltà, di riuscire nell’arco di una ventina di giorni a dare un nome a tutto il commando.

«Questa inchiesta è come un puzzle che ogni giorno mette a posto un tassello – spiegano dalla Procura – oggi abbiamo fatto un passo, domani ne faremo un altro. Ad esempio in queste ore ci stiamo concentrando su che cosa abbiano fatto gli attentatori prima e dopo il lancio delle molotov: da dove arrivavano e dove sono scappati». L’identikit attorno al quale si sta formando il profilo degli otto componenti è quello di «ragazzi livornesi tra i 20 e i 40 anni che possono frequentare l’ex Caserma Occupata, il mondo ultras e quello dei centri sociali».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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