Il Tirreno

Livorno

Costa concordia

«Schettino non è l’unico responsabile del naufragio»

di Francesca Gori
«Schettino non è l’unico responsabile del naufragio»

L’avvocato Leporatti chiama in causa i vertici della Costa dopo che la Cassazione ha confermato i domiciliari

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GROSSETO. «Come i dannati del ventiduesimo canto dell’Inferno, il comandante Schettino ogni volta viene ributtato nella pece».

Il giorno dopo del deposito della sentenza di Cassazione che si è pronunciata sulla carcerazione del comandante della Costa Concordia, l’avvocato Bruno Leporatti si toglie qualche sassolino dalle scarpe. Il tira e molla di ricorsi e controricorsi sullo stato di detenzione del comandante, finalmente, è finita. La Cassazione ha confermato la decisione del gip, che ha disposto i domiciliari, rigettando quella della Procura, che ha invece chiesto il carcere e quella della difesa, che voleva Schettino libero. «Io e il mio cliente - attacca l’avvocato - non commentiamo la sentenza. Ma qualche cosa dobbiamo dirla: i giudici della Cassazione hanno a disposizione gli atti fino al sei febbraio, fino all’incidente probatorio».

Le indagini, invece, sono andate avanti. E l’immagine del comandante sembra essere ben diversa da quella impressa nella mente di tutti il 14 gennaio. «Da allora sono stati indagati anche i vertici di Costa - aggiunge - chi era all’unità di crisi quella notte». Anzi, è stato fatto di più. Sono stati installati ad esempio i sensori di allagamento sulle nuove navi Costa. E certamente, secondo il legale del comandante, il quadro è cambiato. «Abbiamo presentato richiesta di scarcerazione perché la procura aveva fatto ricorso - aggiunge - e perché il clima che si era creato il giorno dopo il naufragio metteva Schettino al centro di una vicenda dove le responsabilità vanno cercate anche altrove».

Su questo punto, il difensore non molla un colpo. E dà anche l’affondo all’altro comandante, quello della capitaneria di Livorno De Falco. L’eroe della telefonata dell’1.46. «Le altre registrazioni hanno dimostrato che il comandante era al suo posto e dava ordini - aggiunge Leporatti - lo dimostra la telefonata al comando generale delle capitanerie durante la quale la scansione temporale dell’incidente è quella che poi è stata ricostruita più volte: prima l’impatto con lo scoglio, poi il black out». E De Falco? «In quel caso - dice ancora il legale - non si trattava di una telefonata che servisse ad aiutare i passeggeri in difficoltà. Quella era una telefonata di polizia giudiziaria».

Per l’avvocato Leporatti, quella telefonata che ha fatto il giro del mondo, è diventata un rospo in gola difficile da mandare giù. «DeFalco indica la biscaggina a dritta - spiega - quando la scala per salire a bordo è a sinistra della nave. Bisogna stare attenti a creare eroi e anti-eroi. In questa vicenda non ce ne sono». C’è una vita, quella del comandante, schiacciata sotto il peso della responsabilità. Della morte di 32 persone. «E c’è anche quella di sua figlia e dei suoi omonimi - aggiunge - che ogni giorno devono combattere contro l’audio di quella telefonata».

Ma c’è anche qualcosa di più. «C’è l’unità di crisi di una società come la Carnival - aggiunge - che non fornisce al comandante gli strumenti per lavorare. Alcuni di loro sono indagati, segno che qualche responsabilità la Procura l’ha ravvisata». E Ferrarini? «Ogni giorno arrivano nuove carte - dice - ma l’interrogatorio del capo dell’unità di crisi ancora non me lo hanno fatto leggere. E al processo, oltre ai pm, abbiamo quattromiladuecento persone contro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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